Donne che parlano, di Miriam Toews (Ed. Marcos y Marcos, pp. 253, 2018)

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Mi ha lasciato un senso di malessere profondissimo.
Un senso di non-speranza totale.
La descrizione di un mondo chiuso e che è impossibile che possa aprirsi.
Un posto dove la parola “perdòno” diventa di attuazione troppo difficile.
Ma la cosa grave è che non ho pensato che fosse solo un problema dei Mennoniti, ma un problema del mondo intero.
È il mondo intero, a non aver preso coscienza di se stesso, di quanta connivenza esista nel perpetrare abominio nei confronti dell’universo femminile. Un abominio di azioni e di pensieri, che tende al completo annullamento della volontà delle donne.

“Come ti sentiresti se tutto quello che pensavi non avesse mai contato?”

Come si può arrivare all’autodeterminazione quando non sai nemmeno che cosa ci sia a un chilometro dalla tua casa? Questo libro è un’asfissia continua. Un’asfissia che certe religioni ti provocano, e non c’è niente che si possa dire in difesa di chi ti proibisce di ascoltare musica rock, di possedere qualcosa che sia solo tuo perché altrimenti pecchi di egoismo, di guardare la tv, di lavorare al di fuori della tua comunità e di lavorare al di fuori di ciò che per diritto divino e tradizione ti è assegnato dalla nascita. Soprattutto, come si può non sentirsi mancare il fiato, quando sai che stai leggendo di persone reali, che hanno la loro vita già scritta da altri, e scritta con un marchio di sofferenza?
La Toews lo aveva già detto in “Un complicato atto d’amore”:
“Bisogna sempre vivere con dolore, in attesa della vita eterna.”
E tutto questo solo perché qualcuno si è inventato una religione, un bel giorno? Si è inventato un Dio che mette sotto tutti, tranne certi suoi rappresentanti e che divide meriti e premi a seconda del sesso a cui appartengono i fedeli? Una religione che ti fa sentire essere umano considerato solo se vivi nella comunità, mentre se te ne vai subisci la scomunica perpetua e vieni scansato da tutto il resto del mondo?
In questa condizione diventa davvero un’impresa epica, riuscire a trovare le forze per uscirne, e uscirne vivo. Terribile, perché comunque non parla solo dei Mennoniti, parla di quanta salita le donne debbano fare, in tutto il mondo, per emergere, essere considerate, essere degne di respiro e stima. È il quarto libro della Toews, che ho portato a termine, ma di sicuro è stato il più difficile, indigesto.

Musica: California dreamin’, Beach Boys

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Un matrimonio americano, di Tayari Jones (Ed. Neri Pozza, pp.368, 2018)

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L’amore. “È là fuori, imprevedibile e mortale, come un tornado”.

Questo è un romanzo dove tutti i personaggi sono neri. Che parla di una profonda ingiustizia perpetrata ai danni di un nero. Un romanzo apparentemente sulla discriminazione razziale. Ma che per me parla anche di molto altro. Si parte dalla discriminazione per arrivare a vedere quanto dolore e sofferenza provochi a cascata su padri, madri e mogli di chi questa discriminazione l’ha subìta. E sono sempre neri, tutti.
Non è una cosa che si possa mettere in secondo piano.
Ma non si tratta solo di questo.
Si tratta e si parla di amore, di unioni, di amicizia e di matrimonio.
Di quanto possa essere saldo, vero, leale. Di quanto possa reggere la lealtà e la fedeltà, di fronte al tornado dell’amore e soprattutto degli eventi della vita. La vita è una concatenazione di eventi imprevedibili, e i sentimenti seguono, non precedono tutta la concatenazione. Questa storia mi ha incatenato alla sua narrazione, io ci ho trovato una maestria formidabile nella descrizione dei sentimenti, quella cosa così nascosta e personale che è il nostro segreto più intimo e che lei invece ha catturato.
Non sai da che parte stare. Lei ti costringe a stare prima con uno, poi ti fa capire che non è del tutto giusto. E allora tifi per tutti. Ho provato un malessere e una rabbia profondi, poi sfociate in commozione, a mano a mano che le pagine avanzano, e avanzavano in modo frenetico, non ho trovato pace fino a che non è finita, e forse nemmeno dopo, l’ho trovata. Perché non esiste pace, negli esseri umani. Siamo fatti di tante facce diverse, e spesso le mostriamo nello stesso momento. Siamo fatti di bontà e di malvagità, di altruismo e di egoismo, e quindi destinati all’errore, e l’errore spesso lo commettiamo perché amiamo. La vita è cambiamento in agguato. È l’amore, che ci cambia.

“La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti i vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Vorremmo non soffrire, vorremmo che non soffrisse nessuno delle nostre scelte.
Vorremmo non sentirci in colpa per aver cercato la nostra via alla felicità.
Vorremmo una protezione, come desiderava Celestial, “sapendo che una cosa del genere non esiste”.
Potente, profondo, commovente. Una delle mie migliori letture dell’anno.

 

Musica: Do Right Woman, Aretha Franklin

Cime tempestose, di Emily Brontë

 

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È amore, quando dilaga in ossessione, malattia, sete di vendetta, voglia di distruzione totale, a partire da se stessi?
Non lo so proprio. La risposta d’istinto sarebbe no, non lo è.
Ma chi può dirlo?
Non è amore, spesso, nemmeno quando tutto è pacifico, sorridente, conviviale.
Vai a capire.
Qui di certo c’è l’aspirazione all’immortalità, anche se sembra patologia, malattia, odio, violenza.
Non posso vivere senza di te, ma scelgo di farlo comunque.
Siamo diversissimi, eppure senza la tua anima di fianco alla mia io non esisto, e nulla deve esistere, nulla ha più un senso e nulla vale la pena continuare.
E ovviamente tutto il mondo è fuori di noi, solo noi due, Heathcliff e Catherine, ci capiamo, noi due parliamo un linguaggio che agli altri risulta totalmente incomprensibile, e anche detestabile, ma chi se ne frega, contiamo solo io e te.

“Non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è ancora più uguale a me stessa di quanto possa esserlo io.”
Eh la miseria ladra…

“…non potrebbe amarla in ottant’anni quanto l’amerei io in un sol giorno.”
Eh la miseria ladra (2)

E quando uno dei due scompare, l’altro preferisce essere perseguitato dal suo spettro, anche se venisse a tormentarlo tutte le notti senza mai farlo dormire, questo sarebbe preferibile al dover fare i conti con la sola propria anima per il resto della vita.

“non lasciarmi, ti prego, in questo abisso, dove non posso trovarti! Oh Dio, è un dolore indicibile!”

Emily Brontë non deve aver avuto una vita facile, se ha popolato tutte queste pagine scritte di fantasmi, di solitudine, di disperazione, di sete di vendetta, di pace mai raggiunta, di amore ferito e che ferisce, di esseri umani incarogniti, imbestialiti, cattivi, egoisti, malsani per il mondo intero. Personaggi con gli stessi nomi, tanto per sottolineare l’uniformità del genere umano, tutti uguali sia nei nomi che nella cattiveria. Un libro che ti fa incazzare a morte, dove a un certo punto sogni di prendere il cavallo più nero e furibondo che esista e spronarlo al galoppo furioso, con in mano due torce bollenti di fuoco per andare a bruciare tutte le case e le campagne descritte. Lo leggi perché ti chiedi voglio proprio vedere fino a quale abisso vuole farti arrivare questa scrittrice, ti incaponisci sia per rabbia che per interesse, perché comunque non ti stacchi dalle pagine, eh. Uno dei pochi libri in cui uno schiaffo scritto ti arriva come fosse uno vero, e la tua guancia la senti scottare allo stesso modo. O lo odi, o lo ami. Io mica lo so. Io sono perplesso. Però quasi sento il vento della landa inglese sulle spalle e sulla faccia, lo sfrigolio dei camini, il freddo delle stanze gelide, e una cupezza addosso che pesa quanto una coperta bagnata.  Sarà un bene?

Musica:Sing For Absolution, Muse

 

 

 

 

 

 

Mar del Plata, di Claudio Fava (ADD Editore, pp. 127, 2013)

 

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Una storia da ricordare. l’Argentina di Videla, il boia. I militari, l’Esma, gli assassini e gli assassinati. Cinquemila persone fatte sparire, trucidate, gettate per strada o nel mare dagli aerei.
Una piccola grande squadra di rugby, ragazzi di vent’anni che lavorano e poi si divertono e si sfogano in campo, dietro a una palla ovale, una palla storta come il loro Paese e come la vita.
Tutti uniti. Fino alla fine. Tutti impauriti, tutti a pensare se sia “davvero giusto farsi ammazzare solo per un puntiglio, per un cazzo di principio”. 
Da Javier in poi inizia il massacro. Perché, perché?

“Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire”.

Possono salvarsi. Rinnegando se stessi o fuggendo via, la Francia li aspetta.
Ma no. Alla fine avere vent’anni significa un po’ tutto, significa incoscienza, coraggio, e anche speranza, significa sentirsi intoccabili.


«Il rugby era servito anche a questo, a pensare che lo cose sarebbero girate sempre bene»


E allora si resta. E si gioca. Non si può fare altro. Possono solo entrare in campo e dilatare il minuto di raccoglimento per Javier in dieci minuti di silenzio assoluto, ma assordante quanto mille urla.
E Videla non lo accetta, quel silenzio, non accetta quelle urla.
Ma loro corrono lo stesso.


“A vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri.”


Una storia da ricordare, sempre. Perché la libertà pesa, non è un regalo, è una conquista.
È una palla ovale da fermare, un rimbalzo da catturare.

Musica: Informe de la situacion- Victor Heredia

Mio fratello, di Daniel Pennac (Ed. Feltrinelli, pp. 121, 2018)

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Daniel e Bernard, due fratelli.
Bernard il maggiore, il prediletto dalla famiglia, quello che si stava sempre ad ascoltare, quello che sapeva cosa dire e cosa non dire e come farlo, bene. Bernard scompare. E Daniel improvvisamente cadeva. Improvvisamente si accorge che gli mancano le fondamenta. Daniel cade psicologicamente e fisicamente, cade ovunque, “ho perso l’uso del corpo, dice:

“A Parigi ho rischiato più volte di finire sotto una macchina e mi sono fatto prendere a botte nella metropolitana, sono caduto da una scarpata, ho fatto un testacoda e sono finito con il muso dell’auto sopra un burrone. E non ho avuto paura. Né sul momento né ripensandoci. Per riprendere in mano la situazione, mi sono detto che avrei scritto qualcosa su di lui. Su di noi.”

Ma Daniel Pennac si accorge che la sua mente è bloccata. Il dolore è troppo invasivo, non gli permette di mettere su carta i ricordi, che pure sono tanti, che spesso ti cingono alle spalle senza preavviso, e ti ritrovi a fischiare per chiamare un taxi solo perché con tuo fratello era così che vi chiamavate, te lo ha insegnato lui. E ti ritrovi a girare il cucchiaino nella tazzina di caffè e a fermarti di colpo, sognante, esattamente quello che faceva lui, nello stesso identico modo suo, con lo stesso ritmo, la stessa sonorità.
Sei tuo fratello morto che gira il cucchiaino nel caffè.
La tua voce è uguale alla sua, tuo nipote ti scambia per lui.
Passano dieci anni, prima che Daniel Pennac riesca a trovare il modo per omaggiare suo fratello con la scrittura. E lo fa con l’aiuto di un parallelismo letterario, è Melville con il suo scrivano Bartleby, ad aiutarlo. Bernard era come Bartleby. Rifiutava gli orpelli, le cose inutili della vita.
“Evitiamo di aggravare l’entropia”, questo era il suo motto.
Come Bartleby evitava di infilarsi in discorsi pleonastici, in tutto quello che non serviva. Ma non con fare antipatico o saccente, Bernard era un uomo dotato di un’ironia straordinaria.
Preferirei di no. Preferirei non dilungarmi, preferirei badare al sodo, all’essenza della vita, a non dover star sempre a spiegare che cosa provo e il perché lo provo. Ho voglia di essere leggero, spesso impalpabile, ma non invisibile, voglio essere importante ma senza disturbare nessuno. Una grande lezione, con gli occhi di oggi. Una famiglia in cui si era abituati a fare battute per evitare di parlare di sé.


“Parlavamo soltanto a proposito di quello che c’era da dire. Spesso commentando i libri che leggevamo. La letteratura ci fungeva da terreno comune”.


Capirsi con uno sguardo, anzi senza nemmeno guardarsi, il silenzio che dice tutto. Undici anni a dividere la stessa camera, milioni di partite a scacchi ma solo 3 o 4 segreti condivisi. Persone per cui la parola ha voluto dire tutto, nella vita, e che tra di loro veniva centellinata.
Ma il volersi bene è fatto di cose talvolta inspiegabili. E quando ci si perde di vista, basta un fischio per sapere dov’è l’altro e correre da lui.
Un libro di una delicatezza incredibile. Ma nemmeno tanto, conoscendo l’autore, un maestro di delicatezza, così come di ironia. Un libro fatto di un grande amore, fondamentalmente questo è un libro di amore puro, tanto tenero quanto potente.

 

Musica: Someone like you, Van Morrison                                                 

Il sacrificio del fuoco, di Albrecht Goes (2017, Ed. Giuntina, pp. 50)

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“Non una bella storia… questo è sicuro. Ma chi l’ha detto che in una storia buia non possa anche nascondersi una luce, come si fa divampare un fuoco chiaro da una pietra scura?”

Ecco. Un libro leggero come una piuma, ma che contiene una profondità e un dolore immensi, un buio tenebroso e una luce accecante. La disperazione per un mondo che ha perso tutto e la speranza di una rinascita, perché anche un singolo gesto umano può contenere il germe della rinascita.

In sole 42 pagine c’è tutto il genere umano, la sua intera gamma di comportamento. Dal disinteresse alla pigrizia di approfondire, di farsi domande, all’invidia, alla superficialità che sfocia nell’egoismo e nell’odio, e nell’Olocausto ma anche la volontà di non piegarsi al Male, di condividere la pena altrui, fino all’estremo sacrificio, in nome di un’espiazione che salvi il mondo. Il valore di un singolo gesto di abnegazione e di altruismo, che alla fine è l’unica cosa che ci resta, molto spesso, di fronte alla malvagità totale. Un singolo gesto, invisibile, che non si fa notare, eppure pesa, e ci salva, e salva tutti. Oppure non ci salva. Ma almeno ci abbiamo provato, a ricordarci che siamo umani.

Indimenticabile signora Walker, la tua macelleria, la carne che hai dato in più, i cappotti con la stella gialla, i bambini che hai sfamato, la tua cicatrice non è dolore, è amore.

“Questo è il tritacarne che ha distrutto tante vite. E questa è la minuscola, meravigliosa possibilità dell’essere umano”

Musica: The book of love, Peter Gabriel

L’uomo che trema, di Andrea Pomella (Ed. Einaudi, pp.208, 2018)

 

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L’argomento è spinoso, ad essere buoni..la depressione, composta di tanto, di troppo, di cose che non possiamo conoscere, magari di un passato in cui si è insinuata con violenza una lacuna, una mancanza, che è poi tracimata in dolore, sofferenza, disistima di se stessi. Sembra un argomento lontano da noi che ci ostiniamo a definirci “normali” come se poi fosse un vanto, un argomento che fa paura, come fa sempre paura parlare di malattie o patologie, come se il solo parlarne o il solo leggerne potesse contagiarci.

Io non mi intendo di depressione, nel senso clinico e nel senso letterario. Può essere un tema che annoia, forse. Ed ecco perché invece penso che questo lavoro di Andrea Pomella sia un grande lavoro, perché sa raccontare. Sa essere quasi chirurgico con se stesso, uno psichiatra che racconta se stesso con professionalità, cura, precisione quasi medica. Ma nello stesso tempo sa coinvolgere, come scrittore, scrive benissimo, ti avvolge, ti coinvolge. A un certo punto della lettura ti ritrovi in alcuni passaggi, e resti sorpreso, perché non te lo aspettavi. Alla fine credo che il mal di vivere ci riguardi tutti, tutti abbiamo sfiorato quel confine che invece Pomella ha attraversato del tutto.

“La paura che ho di me stesso è a sua volta collegata alla profonda disistima che nutro nei miei confronti. Disistima intellettuale, fisica, caratteriale, pratica. Io disistimo la mia ampiezza di pensiero, disistimo il mio aspetto, il mio corpo, il mio temperamento, la mia capacità di far fronte ai problemi della vita quotidiana. Ecco quindi che se mi immagino costretto a badare a me stesso, in una condizione di spazio aperto, di agorà, sono sicuro di soccombere in poco tempo. È una paura illogica e infondata. Sono in grado di badare a un figlio, di portare a compimento un lavoro, quando entro in un locale pubblico la gente non si volta a guardarmi disgustata, e ho incontrato nella mia vita un discreto numero di persone con le quali sono andato d’accordo. Tuttavia è una convinzione che mi frena nell’esercizio pratico quotidiano. È un impedimento che incontro in qualsiasi situazione, è il primo pensiero, il problema principale da affrontare e da risolvere. Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, che mi incepperò più e più volte finendo per fare la figura dell’irresoluto. Io sono sempre il mio primo ostacolo. Sono vittima di un atteggiamento troppo analitico. Il calcolo, nel mio caso, disintegra la volontà. La misura della complessità di ogni cosa, dalla più piccola alla più grande, causa l’insorgere dello spavento.”

“Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»”

Lo spavento di essere inferiore. Di essere di meno. Di essere nulla. Di disturbare il mondo. Di essere la nota, l’unica nota dissonante in un grande concerto umano. Fronteggiare le mie mancanze e giustificarle di fronte a tutti gli altri, sentirsi in colpa solo di far parte del grande respiro del mondo.

“Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza.”

Non deve essere facile vivere così, né raccontarlo, con verità, onestà, come in questo libro.

Non deve essere facile essere sensibili, intelligenti, e per questo motivo provare ancor di più il proprio fallimento, quando si hanno grandi progetti, grandi aspettative per se stessi e sentirsi lontanissimo dalla meta prefissata. Nello stesso tempo il dover essere genitore, dopo essere stati abbandonati dal proprio padre, cercando di rassicurare il proprio figlio che percepisce chiaramente il tuo stato d’animo, la tua paura di vivere, e a sua volta il suo timore di essere abbandonato.

Molto bravo nello scrivere, molto coraggioso, nel mettersi a nudo e farci partecipi, da un punto d’osservazione privilegiato. La considero una lettura da intraprendere, per tutti.

Musica: Speed trials, Elliott Smith (da Either/Or)

 

(scelta obbligata, dal libro:

“Ascoltando le canzoni di Either/Or sono ancora capace di provare delle emozioni, d’intristirmi e di godere della bellezza e del piacere che la vita è in grado di procurarmi. Ed è sorprendente che a mettere in moto tutto questo, nel mio caso, sia la voce di qualcuno che è stato definito il più infelice uomo sulla faccia della Terra”.)