Un marito, di Michele Vaccari (Ed. Rizzoli, pp. 235, 2018)

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Un romanzo dove l’esplosione è sempre dietro l’angolo.
Ferdinando, il marito di Patrizia: “da qualche parte devo esplodere”.
Una coppia che ha eletto la routine a scopo unico della vita.
Una bella routine, per molti versi. Una rosticceria che è simbolo della loro vita e del loro modo di intenderla.
Difesa delle tradizioni culinarie simbolo della difesa strenua rispetto ad ogni cambiamento nella vita.

«Ho deciso che dagli interrogativi, dagli “e se”, soprattutto, bisogna scappare perché inquinano la felicità che già c’è e di cui dobbiamo essere appagati, anche quando non lo siamo. I dubbi, le novità, gli imprevisti che senti in giro siano il senso dell’esistenza, per me la corrodono, la uccidono, mettono in ombra il bello che avevi e che avevi deciso lo fosse più di qualsiasi altra cosa al mondo.»

Nessuno dei due ama le rivoluzioni. Ferdinando è più inquieto, forse un uomo che arriva ai cinquanta avverte il peso di una vita sempre uguale, il peso dei rimpianti per i passi non fatti. Forse perché, anche all’interno della loro rosticceria, Ferdinando tiene i conti, gestisce il rapporto col cliente, ma è Patrizia il fulcro, la sacerdotessa delle preparazioni, la custode delle ricette secolari, la maga delle pozioni. Ferdinando sente il peso della retrovia. Patrizia ha il terrore che lui possa diventare diverso da come lo ha conosciuto.

«Ho avuto solo un secondo in cui ho pensato che magari cambiare, essere un altro, non sarebbe stato così male. Magari mi godrei di più chi sono. Forse mi ammazzerebbero, forse guarderei le cose in un altro modo. Il vecchio Ferdinando sempre uguale a te non rompe mai le balle?»

«Ti ho sposato per questo. Perché eri l’unico tra tutti che avesse qualche probabilità di restare per sempre come l’avevo conosciuto.»

«Da qualche parte devo esplodere. E tu vacanze non me ne fai fare.»

Il viaggio da Genova a Milano appare come passare dal Polo all’Equatore, poche centinaia di chilometri ma sembrano un cambiamento epocale.Il contrasto tra il desiderio di una ventata di novità nel rapporto e la paura che quest’ultimo possa modificarsi suscita commozione tenera. La paura di essere liberi, di scoprire che c’è altro, dentro di noi. Di scoprire che forse non siamo così saldi, forti, come credevamo. La paura di scoprire che si sta vivendo in una gabbia, ricoperta di quanto oro si vuole, ma sempre gabbia resta. Come Marassi, il loro quartiere, odiato e amato, dal quale sembra impossibile il solo pensare di fuggir via. Il lavoro, questo valore ferreo, basico, che ci hanno insegnato come pilastro di esistenza, il valore del “sacrificio” personale al limite dell’autoflagellazione.
La Tragedia che incombeva, esplode. L’esplosione che arriva distrugge cose e persone, distrugge soprattutto l’unione tra i due coniugi. Ferdinando precipita in un profondissimo gorgo nero, si estranea da parte della realtà perché non riesce più a gestirla. Niente ha più un senso, e, se ce l’avesse ancora, non è quello di prima, e Ferdinando rifiuta di tenerlo in considerazione. È intrappolato in un limbo di disperazione cupa, di rabbia repressa, non accetta che la vita lo abbia trasbordato al di là di un fiume che non voleva e non sapeva attraversare. La felicità che sembra impossibile da mantenere, più che da conquistare. La bellezza non è per tutti.
“Basta che ti lasci andare e farai schifo. Il bello, invece. Il bello è difficile, pretende, spinge per la perfezione. Il bello non è di tutti.” Eppure la bellezza è ovunque, in qualche modo, anche in una città, anche in un quartiere chiuso a doppia mandata.

La prima parte è meravigliosa. La descrizione di Genova, di Marassi, come se Vaccari si trovasse a cavalcioni di un drone, non è solo un elenco topografico, è amore puro, è cinematografia. Così come la descrizione dei due protagonisti, del loro sentire, della loro voglia di fare e di amarsi e di difendersi, è amore puro. Il contrasto tra la bellezza di un amore, tra la difesa di qualcosa che è meraviglioso, di cui non c’è nulla da vergognarsi, anzi l’amore va sempre esaltato, quando lo vedi, quando lo tocchi, e nello stesso tempo la critica all’essere così chiusi, conservativi, fino forse ad essere asfittici, la paura del diverso, del nuovo, del solo aprire una finestra.
La seconda parte invece, e chiedo scusa se mi sbaglio, come è molto probabile, sembra più cadere nell’esercizio di stile, ridondante, ricercato. Uno stile bellissimo, ma che si perde un po’ la storia e i personaggi. Ma sicuramente è un effetto voluto, la ricercatezza estrema del linguaggio. Un finale che mi ha mandato fuori giri, non me l’aspettavo, non lo avevo capito, e ho dovuto chiedere lumi direttamente all’autore, questo la dice lunga su come sono messo…
In ogni caso un grande libro, a tratti sconvolgente, per la descrizione psicologica, per la sua precisione millimetrica nei dettagli, per la sua passione totale.

 

Musica: Take a long way home, Supertramp

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Il regno degli amici, di Raul Montanari (Ed. Einaudi Stile Libero, pp. 314, 2015)

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Se avete amato L’estate del cane bambino di Toffanello/Pistacchio, L’estate muore giovane di Mirko Sabatino, L’uomo nero e la bicicletta blu di Baldini, Io non ho paura di Ammaniti, le atmosfere di King, in generale l’adolescenza e tutto ciò che gravita attorno ad essa, i romanzi di formazione, allora anche questo farà al caso vostro.
Una copertina che è un tuffo, così come spesso altre copertine di libri che trattano di adolescenti. Perché l’adolescenza è il tuffo verso l’età adulta, arriva il momento in cui dalla spensieratezza si passa improvvisamente all’affaccio sull’età adulta, con tutti i suoi problemi, la sua pesantezza, e a volte il prezzo da pagare è altissimo.
L’amicizia vera, la musica, i Talking Heads a tutto volume quando i tuoi non ci sono, la scoperta delle pulsioni sessuali, la ricerca di modelli di vita al di fuori della propria famiglia, il primo posto dove andare a riunirsi, a nascondersi dal mondo, per fumare o per parlare o anche per stare da soli, il primo amore, la felicità pura, incontaminata, del solo stare al mondo.

E poi, improvvisamente, la violenza, lo strappo lacerante dell’innocenza, il precipizio che sembra irrecuperabile. E sempre l’estate a far da sfondo, il caldo, un fiume, una stagione che promette passione, cambiamento, sono sempre le estati, quelle che si ricordano bene, perché spesso segnano le svolte della vita di tanti ragazzi, qualcuno riuscirà a spiccare il volo, di altri resterà solo il tentativo. Non sarà il capolavoro, ma è storia letta in un giorno, semplice, fluida, narrata in modo molto delicato, ma anche molto crudele. 

“Siamo ancora fragili e pazzi e innamorati del mondo come in quei giorni in cui il futuro era un orizzonte senza confini, o il nocciolo di ciò che eravamo si è ricoperto di una scorza dentro la quale bisognerebbe scavare, scavare, scavare per ritrovarci?”

 

Musica: I zimbra, Talking Heads

In tutto c’è stata bellezza, di Manuel Vilas (Ed. Guanda, trad. Bruno Arpaia, pp. 409, 2018)

 

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409 pagine di sofferenza. Dell’autore, ma anche mia.
Un interminabile flusso di coscienza, di autobiografia, o, meglio, una lunghissima sessione di autoanalisi. Un uomo in piena crisi esistenziale, da cui non riesce a venir fuori, anzi sembra non ne abbia proprio la minima intenzione.
Un dialogo ininterrotto con degli spettri, gli spettri dei suoi genitori defunti, che sembrano essere stati l’unico motivo di vita, di ragione di vita.

“Mi sembra una scortesia vivere più anni di quelli che ha vissuto tuo padre. Una slealtà. Una bestemmia. Un errore cosmico. Se vivi più anni di quelli che ha vissuto tuo padre, smetti di essere figlio, questo intendo dire.
E se smetti di essere figlio, non sei nulla”.

Come si può asserire una cosa simile con questa sicurezza? Hai avuto una vita, una famiglia, un lavoro, dei figli, ma ti ritieni NIENTE, senza la presenza dei tuoi genitori. L’amore lo capisco. Ma in questo caso è un amore che ti strangola, ti immobilizza, ti chiude al mondo. Nessun interesse al futuro, e nemmeno al presente, è un monologo gonfio di claustrofobia, asfissiante e angosciante. Una disperazione che non mi ha dato scampo, almeno fino a quando non ho girato l’ultima pagina. E pensare che io mi sono sempre definito come pessimista. Da oggi mi sento pieno di gioia di vivere. Fastidioso come pochissimi altri.
Se è capolavoro, io non ne ho intuito nemmeno l’ombra.

 

(ci spreco anche una gran canzone, We are we now?, David Bowie

Un’Odissea Un padre, un figlio e un’epopea, di Daniel Mendelsohn (Ed. Einaudi-Frontiere, trad. Norman Gobetti, pp.320, 2018)

 

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Un libro bellissimo, pieno di argomenti, di tante cose da dire, da raccontare, da spiegare. Un libro che emoziona. Romanzo, saggio, diario di memorie. Un figlio e un padre, uno che ama le lettere classiche e le insegna, un altro che è un matematico ferreo, anche mentalmente. Due mondi praticamente opposti, destinati allo scontro. Ma la vita non segue regole ferree. Come l’Odissea, è un viaggio senza punti fermi, con approdi sempre sconosciuti, dove tutto è da scoprire. E un padre
razionale può conservare dentro di sè la curiosità, la voglia di un ventenne, la voglia di approfondire i classici, la storia antica, e può chiedere a un figlio di partecipare al suo seminario sull’Odissea, mescolandosi con tanti ragazzi.

«Lì, ogni venerdì mattina alle dieci e dieci, prendeva posto fra le matricole che seguivano il corso, ragazzi e ragazze di diciassette o diciott’anni, nemmeno un quarto della sua età, e partecipava alla discussione su quell’antico poema, un’epopea che narra di lunghe peregrinazioni e lunghi matrimoni e di cosa significa struggersi per il desiderio di casa».

E i due scoprire, insieme, quanto sia bella la sola idea che contiene un viaggio. Scoprire insieme che non è mai troppo tardi per imparare. E mai troppo tardi per capire quanto si possa imparare dallo sguardo degli altri sulle cose.
Scoprire quanto poco conosciamo degli uomini e delle donne che ci hanno messo al mondo.

Daniel-Mendelsohn-2(Jay e Daniel Mendelsohn)

“Un figlio in cerca di suo padre. Così inizia l’Odissea, e così finisce”.

Ed è essenzialmente questo, di cui si tratta, il sempre misterioso rapporto che lega un figlio ad un padre. Il non sapere chi siamo, fino in fondo, di quante facce è composto un uomo, che si chiami Ulisse o si chiami Jay. Di quanta sete di conoscenza mai appagata è fatta la vita di un essere umano.
La nostalgia. Il desiderio. Il rincorrere la strada del ritorno a casa. E l’amore verso la letteratura. E la potenza di insegnamento dei classici, leggibili ancora oggi come fossero attuali.

“…chi è quest’uomo? mi chiesi ancora una volta, e mi resi conto che non avrei più potuto trovare una vera risposta. Papà, lo chiamai di nuovo. Lui restò immobile. E allora pensai che comunque la risposta non avrei mai potuto averla. Riandai con la mente a tutte le cose che nel corso degli anni pensavo di avergli tenuto nascoste, e che lui invece aveva sempre saputo. Be’, non c’era da stupirsi. In fondo mi aveva fatto lui. Un padre fa un figlio con la propria carne e con la propria mente, e poi lo plasma con le proprie ambizioni e i propri sogni, e anche con le proprie crudeltà e i propri fallimenti. Ma un figlio, per quanto appartenga a suo padre, non lo conosce mai del tutto, perché il padre lo precede; ha sempre vissuto molto più del figlio, perciò il figlio non può mai mettersi in pari, arrivare a sapere tutto di lui. Per forza i greci pensavano che pochi figli risultano uguali al padre; i più sono peggiori, e solo pochi migliori. Non è questione di valore; è questione di conoscenza. Il padre conosce pienamente il figlio, ma il figlio non può mai conoscere il padre.”

“Un buon libro ti lascia sempre il desiderio che ci sia qualcos’altro.”
Sì, si chiude questo libro così come si chiuderebbe l’Odissea, dicendo no, accidenti, non ho voglia che sia già finita.

 

Musica: Father, son, Peter Gabriel

Due o tre cose che so di sicuro, di Dorothy Allison (Ed.Minimum fax, pp. 92, trad. Sandra Bilotti, 2019)

 

P_20190214_081419_EFFUna novantina di pagine laceranti.
Mille frustate, e non solo metaforiche.
Testo teatrale, diario di famiglia, con foto allegate, un diario, un album, un libro di memorie, una confessione sincera.
Un po’ di tutto, inclassificabile.

“Le storie sono l’unico modo sicuro per toccare il cuore di qualcuno e cambiare il mondo”

La storia di una famiglia intera. Di tutte le donne di questa famiglia.
Le violenze e le umiliazioni subite da uomini che non conoscono persone ma solo oggetti, i lutti familiari, le gravidanze indesiderate. E soprattutto la sua storia.

“Non cambierà mai niente. Uomini o ragazzi, sono tutti uguali. Parlano di noi come se fossimo cagne, puttane venute al mondo già adulte, come se non fossimo mai state ragazze, mai bambine nelle braccia del nostro papà. Ci deridono perché ci consumiamo, diventiamo brutte. Non si guardano mai allo specchio, loro. Non pensano mai a quello che fanno alle donne che hanno amato, alle ragazze che hanno amato, alle ragazze che hanno ridotto all’osso. Le loro ragazze.”

“I giocatori di football dietro le gradinate, ragazzi che poi si sposavano e seguivano la retta via. – “che cavolo, non si tratta di stupro. Non ha mai detto di no. Forse ha detto basta, ma con quella vocina piccola piccola, quella che ti fa capire di voler essere amata, diamine, amata per dieci minuti o mezz’ora. Merda, chi potrebbe amare una come lei?”

La bellezza, un concetto inafferrabile, alieno. La povertà e la bruttezza camminano sempre insieme. Destino segnato. La bellezza va con i ricchi, è un fulmine a cui dedicare poesie. La bruttezza è prosa ordinaria da prendere a calci e insulti.

“Le donne della mia famiglia erano misurate, mascoline, asessuate, generatrici di bambini, di fardelli e di disprezzo.
Siamo quelle ritratte nelle foto dei disastri in miniera, delle inondazioni, degli incendi. Siamo quelle sullo sfondo con le bocche aperte, i vestiti stampati o i pantaloni coi lacci o i camici senza colletto, brutte, vecchie, esauste. 
Solide, stolide, coi fianchi larghi e lo stesso destino. Facce larghe e stupide. Le mani grandi segnate dal lavoro, i capelli opachi e gli occhi stanchi, e sfogliavamo giornali pieni di donne così diverse da noi che avrebbero potuto appartenere a un’altra specie.”

Ma Dorothy Allison non vuole essere come le donne che più ha amato nella vita.
Signore, non farmi diventare come loro. Sono ostinate, determinate, ma ti prego, Dio, non farmi diventare come loro.

Dorothy Allison non usa una sola parola di troppo, usa solo quelle necessarie, le uniche che possano rendere l’idea, le uniche che servano per arrivare dritta al punto. Perché la vita è questo, attraversare il dolore, arrivare dritta al punto, attraversare il buio in modo netto, a testa alta, per provare a ricominciare.

“è dura essere innocente, e credersi malvagia.”

Il racconto dello stupro subìto, di getto.
Il come, lo si racconta. E il perché.
Il come è questo: quell’uomo mi ha stuprata, è questa la verità, è un dato di fatto.
Per anni, ogni volta che metteva insieme le parole “bambina” e “stupro”, “sentivo i muscoli della schiena e del collo tendersi come la fune di un aquilone che lotta contro il vento. Quel vento soffiava e io resistevo, finché all’improvviso non mi sentivo a un passo dal precipitare o volare via.”
Poi, piano piano, insorge la voglia di rovesciare la situazione.

“Ho cominciato a pronunciare quelle parole per arrivare a una liberazione, alla sensazione che si prova quando lasci andare tutto, dando spazio all’odio e alla paura. Il bisogno di raccontare la mia storia era terribile e implacabile, dovevo raccontarla senza mezzi termini, in modo crudele, dovevo usare tutte quelle parole, quelle parole antiche, spaventose, laceranti. Senza mostrare esitazione o imbarazzo, senza apparire vulnerabile a tutto ciò che potrebbe dire la gente.”

Lo stupro quando lei aveva cinque anni. Un evento distruttivo. Da cui sopravvive e ne esce grazie alla scrittura. Eccolo, il perché del racconto.
Ancora una volta il potere della scrittura di carezzare, ricucire, rigenerare, trasformare.
Perché “parlarne fa la differenza: parlarne e trasformarmi così in una donna capace di alzarsi in piedi e dire: avevo cinque anni e lui era un adulto.”

Dorothy Allison è tremendamente onesta, sincera, diretta.
Come hai fatto a capire di essere lesbica?
Mi sono innamorata di una donna. La verità. La verità guardandoti negli occhi. Senza la verità, siamo destinati a camminare curvi per sempre.
Smetto di postare brani del libro, altrimenti non la finisco più, ad esempio pagina 71 e 72 dovrei copiarle per intero, ma non è il caso.
Anni, per imparare ad amarsi.

“Ci sono due o tre cose che so di sicuro, e tra queste il tempo che ci vuole per imparare ad amarsi, il tempo che è servito a me, e la quantità di amore di cui ho bisogno adesso.”

 

Musica: Sullen girl, Fiona Apple

La professione del padre, di Sorj Chalandon (Ed. Keller, pp. 266, trad. Silvia Turato, 2019)

 

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Ti addolora, ti sconvolge, ti emoziona, ti lascia un’amarezza e una rabbia a tratti insopportabili e incontrollabili.
Emile non vuole deludere suo padre. Suo padre è malato. Suo padre ha le visioni. Suo padre vive una realtà tutta sua, tutta nella sua mente, e tiene moglie e figlio legati alla sua follia.

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Una moglie che è vittima, ma che sembra spesso complice di questa follia. Una madre che pensa che la vita sia solo essere ombra di qualcuno, che vive per quell’ombra, che pensa che quell’ombra sia luce e ha il terrore di perderla. La vita è solo come quella canzone che la fa piangere, nascita, matrimonio, morte, esistono solo questi tre passaggi. Non sa quante altre vite potrebbe avere.
“Lo sai com’è fatto tuo padre.” Un mantra spaventoso.

Complice delle urla, delle minacce, delle tante botte.
Un libro che è un diario intimo di questo bambino, poi divenuto adulto, ma sempre disturbato da quella infanzia vissuta così male, dietro a suo padre, all’ombra delle sue fantasie, disperatamente alla ricerca del suo amore perché altro non poteva avere, la sua famiglia era tutto il suo mondo, finestre e porte chiuse, nessun amico, niente.
“I miei album da disegno, i miei dipinti, i miei pennelli. L’inventario della mia piccola vita”. Emile ha solo il disegno, come sfogo, come fuga, come unico vero e sincero amico. Emile non ha niente, nemmeno la proprietà di se stesso. Suo padre la detiene. Ed Emile è un bambino. Le botte, per lui, sono sinonimo di attenzione. Se suo padre si girasse dall’altra parte, se non gli parlasse, se lo evitasse, se non lo ammazzasse di botte, per lui sarebbe la fine, sarebbe peggio che morire. E allora si ripromette di fare quel che il padre si aspetta da lui. Cerca di fare da spettatore partecipe del suo teatro, del palcoscenico inventato che lui ha messo su. E di dargli sempre modo di essere fiero di lui.

“Da sempre mi domandavo cosa non andasse nella nostra vita. A casa non veniva nessuno, mai. Mio padre lo vietava. 
Quando qualcuno suonava al campanello, alzava la mano per farci stare zitti. Aspettava che l’altro rinunciasse, ascoltava i suoi passi sulle scale. Poi andava alla finestra, nascosto dietro le tende, e lo guardava vittorioso allontanarsi per strada. Nessuno dei miei amici è mai stato autorizzato a varcare la soglia di casa. Nessuna delle colleghe della mamma. C’eravamo sempre e solo noi tre nel nostro appartamento. Neanche i miei nonni ci erano mai venuti.”

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Solo tuo padre, che dice di essere stato una spia, un calciatore famoso, un pastore, un combattente, un eroe, sempre e comunque un eroe. E lui ci crede. Ciecamente. Come solo un bambino bisognoso di amore potrebbe fare. Emile è diviso in due, tra il terrore e la fiducia. Tra la voglia di fuggire via e l’amore. E i sensi di colpa da adulto.

La cronaca di un dolore, un dolore lunghissimo, che, come gli schiaffi, finirà. Prima o poi finirà. E leggiamo sperando che finisca al più presto. Come quelli che vengono torturati, Emile guarda un punto fisso, una sedia,la gamba di un tavolo, tutto va bene pur di far evadere la sua testa dal dolore dei calci e dei pugni. A questo bambino, a Sorj Chalandon, è stato portato via tutto. Tutte le basi. La professione del padre. Un amore vero, completo. C’è stato solo lo scheletro di un amore. Emile diventa restauratore, perché ha bisogno di cercare il posto dove la bellezza è andata a nascondersi. Ha bisogno di passare mani e mani di lucido su quello che è diventato buio. Ha bisogno di una famiglia. Una donna, un figlio che, con la sua corsa sulla spiaggia, la sua risata verso un aquilone al vento, rappresenti la sua rivincita, il suo respiro di vita.
Non ha mai voluto la vendetta.

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Musica:L’hymne à l’amour, Edith piaf

Sanremo, parliamone ancora.

Mai come quest’anno abbiamo parlato, discusso, e litigato, su Sanremo, questo malefico, infame, odiato e, sotto sotto, amato avvenimento…che ricordi avete, di tutti i Festival a cui avete assistito? Ricordi belli, brutti, speciali? Sempre che lo seguiate…io ho questo, prima degli altri.  Mia Martini tornò alla ribalta con questo brano, dopo anni di silenzio, di silenzio forzato, a causa dell’ostracismo che conosciamo. Il brano è stato scritto da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio nel 1972. Ma non venne inciso.  Solo nel 1979 fu registrato, ma non ancora cantato da nessuno. Bruno Lauzi non voleva che lo cantasse nessuno  che non fosse  Mia Martini. E si è arrivati fino al 1989, anno in cui qualcuno, finalmente, si decise a portare alla luce il brano, al Festival. Venne prima contattata Mietta. Poi Paola Turci. Dopo i due rifiuti, ecco la proposta a Mia Martini. Come fosse un ripiego. Il resto è Storia. La sua, proprio. La sua solitudine cantata con voce disperata, in una maniera ineguagliabile, perché nessuno poteva cantarla come lei, con la sua forza, il suo dolore, la sua capacità di immedesimazione. La canzone arriva nona. Nona. Vinsero Oxa/Leali, con Ti lascerò. Nona. Incredibile. Sai, la gente è strana. Ma è Storia anche il successo che Mia ebbe con questa canzone dopo. Che dura ancora oggi. E che non morirà mai.  Mia, la gente è strana. Prima ti odia, e poi ti ama. Follemente. Scusa per il ritardo.