La figlia femmina, di Anna Giurickovic Dato (Ed. Fazi, Collana Le strade, pp. 192, 2017)

 

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Argomento disturbante, personaggi disturbanti.

Disturba la solitudine, soprattutto se descritta all’interno di un nucleo familiare apparentemente solido, unito, perfetto. Disturba la costruzione tutta esteriore di una pace e di un rapporto familiare che invece è totalmente inesistente.

Disturba evidentemente proprio perché ci fa insorgere contro questo padre, e contro Silvia, questa madre che “non capisce niente”, a cui viene da chiedere continuamente “ma come hai potuto non vedere?”.

Eppure la vita è piena di gente che chiude gli occhi per non vedere, per sopravvivere, per evitare di dichiarare il proprio fallimento. E cerca colpevoli, ne cerca al di fuori di se stessa, perché è comodo così, perché vuole continuare a vivere, perché vuole dimenticare. Silvia fugge via, porta via con sé Maria per dimenticare l’orrore,  sperando che un nuovo inizio da un’altra parte sistemi le cose. Ma le cose non si sistemano da sole, bisogna affrontarle, e a volte non si sistemano nemmeno affrontandole di petto. Le cose non si sistemano di certo quando affronti la tua vita dipendendo sempre da chi ti sta affianco, per troppo amore o per troppa distrazione o per troppa debolezza.

Disturba anche perché te la prendi anche con la vittima, la figlia, che, per disperazione di mezzi di comunicazione, provoca, sa fare solo questo, nella vita. Il suo è l’unico modo per gridare aiuto.

«Dio almeno mi crede».

«Tutti ti crediamo».

«Tu non mi crederesti mai».

«A cosa non dovrei credere, Maria?».

«Che io sono un diavolo».

«Tu sei un angioletto, sei una bimba».

«Non è vero. Io il diavolo ce l’ho qua.

Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così».

Si può pensare ciò che si vuole, di questo romanzo.  Ma non si può certo dire che non ti tenga lì incollato, per l’argomento e per il modo in cui è scritto. Con una leggerezza e delicatezza attentissime, ma nello stesso tempo ti arriva addosso una violenza come se invece fosse stata scritta in modo chiaro, esplicito. Un orrore che non vorremmo mai conoscere, perché non c’è salvezza, dopo di esso. Tu che leggi sei sempre lì disorientato, in sospeso tra vergogna, compassione, rabbia, fastidio, incerto sul a chi attribuire le colpe, e cambiando idea continuamente, quasi come se ti mancasse l’aria per  respirare. Il finale non lieto aggiunge, e non toglie, al giudizio su questo romanzo.

Musica: Dedicated To The One I Love, The Mamas & Papas

 

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Tu salvati, di Paolo Valentino (Ed. SEM, pp. 390, 2019)

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Molto doloroso.
Adolescenza ed età adulta. Due mondi separati da un muro che sembra invalicabile. Genitori e figli che non si comprendono fino ad arrivare a qualcosa che somiglia all’odio. Compagni di classe che non si parlano, non si avvicinano, che lottano tra di loro. La violenza senza averne nemmeno consapevolezza. Tranne qualcuno, che esiste ed è sempre esistito quello più sensibile, quello più romantico, che se ne sta in disparte a soffrire. Studenti e professori che non si stimano e non stimano nemmeno se stessi, che detestano il loro corpo, che si chiedono quale sia il loro posto nel mondo, se ne esista uno, e si chiedono se avrebbero potuto fare qualcosa di diverso per cambiare lo stato delle cose. Eppure tutti hanno bisogno di qualcuno. Sotto la maschera della serenità o della tranquillità spesso si cela un magma che ribolle, che grida aiuto. Tantissimi sentimenti messi in luce con uno stile di scrittura molto molto semplice, liscio, lineare, capitoli brevi, secchi, e punti di vista diversi, ma che proprio per questo ti fa sentire parte della storia, ti ci fa riconoscere. Un avviso a tendere la mano agli altri, che alle volte basta un gesto di buona volontà per salvarli e per salvarsi.

Musica: Il mostro, Samuele Bersani

Il romanzo dell’anno, di Giorgio Biferali (Ed. La Nave di teseo, collana Oceani, pp.217, 2019)

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Una lei e un lui.
Sono felici. Poi le cose vanno come sempre vanno, si sta bene e poi si litiga.
E poi lei va in coma, per un incidente stupido, che gli incidenti poi sono sempre stupidi.
E resta solo lui. A pensare, ripensare. Con la vita ferma a quel punto in cui si sono lasciati malamente.
Senza nemmeno il tempo di far pace, come diceva Carlo Verdone.
E lui scrive, si mette a scrivere per sfogo, per disperazione, e per ricordare quanto si stava bene con lei, quanto lei era unica. E quanto lo sia ancora, anche adesso che non parla e non si muove più, che si è addormentata, e lui deve stare sveglio anche per lei, per non far morire quell’amore, quella storia fatta di tante cose e di tanti episodi che devono essere scritti come una lista, per non dimenticare niente. Con la speranza che un giorno si possa ripartire esattamente da quel punto in cui tutto si è interrotto. Un lungo monologo di ricordi felici.
Che quando si è felici non ci si fa caso, diceva Vonnegut, e invece bisognerebbe e bisogna assolutamente farlo.
E poi arriva l’epilogo, che non è come ti aspetti, che nella vita, come nell’amore, devi sempre essere pronto ai ribaltamenti di fronte. Una lunghissima lettera d’amore, di quelle che oggi nessuno ha voglia di scrivere più.

Musica: Le voci, Cosmo

 

Le dodici vite di Samuel Hawley, di Hannah Tinti (Ed. Nutrimenti, trad. di Sandro Ristori, pp.436, 2018)

 

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Travolgente. Un moderno western coperto da un’ansia alla McCarthy di Non è un paese per vecchi.

Avventura, giallo, formazione, poesia.

Pallottole che fischiano, un uomo che vive di ricordi, travolto dai ricordi, e inseguito dai colpi d’arma da fuoco che lo trapassano, e noi che leggiamo corriamo con lui, sperando ogni volta che quel proiettile non sia l’ultimo, che ci sia data una nuova occasione per ricominciare da un’altra parte, per poter di nuovo cambiare vita e casa con nostra figlia.

Samuel sbaglia, Samuel è travolto dal dolore della perdita, Samuel sta per morire e rivive, e di nuovo sbaglia, e di nuovo fugge, travolgendo tutto e tutti, in un’ansia fatta di amore, protezione, paura e voglia di vivere e di amare e di essere amato. Samuel sbaglia, ma a te sembra sempre che abbia delle ragioni, e fai il tifo per lui, inevitabilmente anche il lettore travalica la Legge. Se sbagli e rischi per paura che tua figlia soffra o muoia, lo sbaglio e il rischio vengono accettati.

Due, padre e figlia, che hanno una paura fottuta di perdersi, che pesano le parole e i segreti per il terrore di ferirsi e appunto di vedere l’uno che lascia solo l’altro, perché non hanno che loro due e il fantasma di una moglie e di una mamma che li segue, riflessa nelle polaroid attaccate alle piastrelle di un bagno dopo l’altro. Il passato è una balena come quelle di Moby Dick, che si alza e si abbassa nel mare, che ti fa l’occhiolino, ti attira e ti spaventa e ti può ammazzare, il passato è un debito che non riesci mai a saldare del tutto, e tu veleggi in mezzo ala vita e alla morte, quelle dodici pallottole che segnano il corpo di Samuel come una mappa, mentre Loo, la figlia, preferisce guardare la mappa delle stelle notturne, cercando finalmente la rotta giusta, dopo tanto soffrire. E alla fine ti dispiace girare e leggere l’ultima pagina, l’ultima riga, e lo sapevi dall’inizio, che ti sarebbe dispiaciuto.

 

Musica: I can’t tell you why, Eagles

Fontamara, di Ignazio Silone (Ed. Mondadori, pp.259, 1977)

 

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Il popolo è dimenticato. Dagli uomini, dalla Terra, da Dio stesso. Lo Stato sa che esiste, ma se ne accorge solo ed esclusivamente per sfruttarlo e per depredarlo delle risorse che gli spettano, e ammazzandolo di tasse.
Soprattutto lo Stato sta attento ad una cosa: ad impedire che la povera gente abbia accesso alla porta della cultura, e si mette a fare il guardiano a suon di bastonate e fucilate.
Le vessazioni ed i soprusi funzionano bene solo se chi li subisce non ha i mezzi per comprenderne i meccanismi subdoli e ingannevoli.

“Non serve avere ragione se manca l’istruzione per farla valere”

I vinti. Semplicemente, tragicamente i vinti. Di loro parla Silone, a loro non concede speranza. Gli concede solo l’onore di averci provato, sempre e comunque, a salire quel gradino che li potesse elevare dal punto più basso del genere umano.

“Coi padroni non si ragiona, questa è la mia regola. Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano (o, almeno, fingono di non ragionare.Tu non puoi ottenere da lui quello che ottieni dalla vacca, o dalla capra o dal cavallo. Nessun ragionamento lo convince. Ma il cafone, invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra. Può essere persuaso che nell’altro mondo c’è l’inferno benché lui non l’abbia mai visto. Vedete le conseguenze. Guardatevi intorno e vedete le conseguenze.”

L’attacco è all’umanità, soprattutto a quelli che fintamente si indignano e fintamente si schierano col povero, per poi sfruttarlo esattamente come il Padrone, che almeno però fa il suo, con infame ma manifesta coerenza con se stesso e la sua natura.

«Questi uomini in camicia nera, d’altronde noi li conoscevamo. Per farsi coraggio essi avevano bisogno di venire dì notte. La maggior parte puzzavano di vino, eppure a guardarli da vicino, negli occhi, non osavano sostenere lo sguardo. Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestieri, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesante; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano di servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppamento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. Sono essi i cosiddetti fascisti. La loro prepotenza aveva anche un’altra facilitazione. Ognuno di noi, fisicamente, valeva almeno tre di loro; ma cosa c’era di comune tra noi? che legame c’era? Noi eravamo tutti nella stessa piazzetta ed eravamo nati tutti a Fontamara; ecco cosa c’era di comune tra noi cafoni, ma niente altro. Oltre a questo, ognuno pensava al caso suo; ognuno pensava al modo di uscire, lui, dal quadrato degli uomini armati e di lasciarvi magari gli altri; ognuno di noi era un capo di famiglia, pensava alla propria famiglia. Forse solo Berardo pensava diversamente, ma lui non aveva né terra né moglie».

Chissà perché ci vedo riferimenti allo ieri, all’oggi e al domani, e per domani parlo di mille anni a venire.
E vedo una sola soluzione politica.

Che dire? Anzi, “Che fare?”

Amore, di Hanne Ørstavik (Ed. Ponte alle Grazie, pp.126, 2019)

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Boh. Il Grande Boh. Mi avevano attirato un po’ di commenti e sono rimasto infreddolito, gelato, direi. Solitudine assoluta, la neve, madre e figlio che teoricamente si amano, ma non ho capito come e perché. Un viaggio notturno separati l’uno dall’altra in compagnia di gente più strana di loro, ognuno pensando che l’altro sia al sicuro a letto. La morale non l’ho capita, sono stranito e inetto.

Adesso tienimi, di Flavia Piccinni (Ed.Terrarossa, Collana Fondanti, pp.176, 2019)

 

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Un romanzo così violento, doloroso, così tagliente come quella lama in copertina, davvero poche volte l’ho incontrato. Fa male, leggerlo. Fa male perché non percepisci più la differenza tra la letteratura e la realtà. Ti sembra di sentire la fatica, il peso dell’inchiostro della penna sulla carta, l’aria tossica che entra dalle finestre e si deposita sulle pagine stesse e sul cuore di chi scrive, prima del lettore stesso, mi sembra impossibile che dieci anni fa questa Autrice, e la A maiuscola non la metto a caso, abbia potuto scrivere una cosa simile senza averla vissuta direttamente sulla sua pelle. Martina è vera, il suo cupo dolore, il suo soffocamento prolungato lo avverti su te stesso, e sai che devi assistere senza poterci fare niente, è un crescendo di disperazione che ti stringe alla gola. L’adolescenza, i sogni spezzati, la violenza travestita da amore, l’ipocrisia delle famiglie e di una città intera che ami nonostante tutto, i motorini e le corse, i pranzi e le liti in famiglia, le birre comprate a cassette, il fumo delle sigarette che te lo senti addosso, le processioni, il dolore del lutto mostrato e quello nascosto, più lacerante, le fughe al mare, questa sensazione netta di divisione tra odio e amore, quella vita normale che ti tiene là ma che senti che non è la tua e che dopo quel dolore non potrà mai più essere cosa per te. Martina, che con tutta la sua disperazione è la persona più vera, anzi l’unica persona vera tra tutte, quella che spacca tutte le ipocrisie. Quelle grida soffocate, quel disperato bisogno di aiuto e quella certezza di non poterlo chiedere a nessuno, a nessuno, perché questo segreto te lo devi portare nella tomba, quell’uomo che ti ha promesso la sua vita e te l’ha negata in un lampo di uno strappo senza spiegazioni, ma non te ne puoi andare così, ti vengo dietro, adesso tienimi, tienimi, adesso, che prima non hai voluto farlo.

“Vorrei dirle di te, di come mi hai lasciato sola, del lutto che porto in silenzio, senza dirlo a nessuno, senza sussurrarlo nemmeno a me stessa, neanche di notte; neanche quando fuori dalla finestra i rumori della strada si acquietano, e la brezza del mare si allunga sulla città come polvere. Vorrei calmarla dicendo che solo a una cosa non c’è soluzione, ed è l’abbandono per sempre: la sua squarciante sofferenza, l’aria che ti manca, il vuoto che ti travolge.”

L’amore, nulla al mondo sa farti così male, nulla al mondo possiede la sua bellezza sfolgorante e che dal mondo ti porta via. Quante persone come Martina ci sono, adesso, in giro, che in silenzio assoluto stanno urlando con la testa nel cuscino, di notte, da sole, sole come nessuno può essere solo al mondo?

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Musica: L’amore è negativo, Baustelle