Turbine, di Juli Zeh (Ed. Fazi, pp. 617, 2018)

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Il paradiso non sempre si rivela tale.
Tanti sognano la campagna, anelano la tranquillità, l’ampio respiro fisico e mentale che può donarti un paesaggio quasi incontaminato. E un buon vicinato, sereno, amichevole, ricominciare una vita in un piccolo centro dove tutto sia a misura umana. Ma questo romanzo non è esattamente un inno alla vita rurale come soluzione dei problemi derivanti dal progresso. Il progresso non lascia spazi incontaminati, ormai siamo inseguiti ovunque dalla brama di possesso che ne deriva, e le persone vengono contaminate a loro volta. La penna di Juli Zeh non risparmia nessuno dei tanti protagonisti di questa storia, che inizia piano e finisce col farti venire la febbre, l’ansia di leggere per vedere come va a finire, ma anche un’ansia e quasi un’angoscia, un malessere che ti accompagna piano piano e che va a salire, fino alla fine. Sembra una storiella, invece finisce col somigliare a un giallo, così come a un saggio di sociologia, a un’indagine psicologica, a un’inchiesta sul nostro vivere quotidiano, le nostre contraddizioni. Il piccolo paese subisce la trasformazione negativa quando arrivano i “nuovi”, che invece di portare linfa fresca diventano untori di negatività, di egoismo, e tutto si guasta, e i campi diventano meno verdi, e gli alberi diventano minaccia invece che protezione. Un vento nuovo, proveniente da una turbina, porta aria mefitica e cambia lo scenario, tra nostalgia del passato e curiosità per il futuro, nel confine tra ex DDR e Occidente.
Un lavoro certosino sulla psicologia dei personaggi, in un lungo intreccio di legami familiari e di amicizie e di antipatie e rivalità storiche.
Mi ha lasciato così, indeciso sulle considerazioni finali, e spesso ho ripensato al Condominio di Ballard. 617 pagine, moltissime, ma se le ho lette molto velocemente qualcosa vorrà dire.


Musica: Pigs, Pink Floyd

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Donne che parlano, di Miriam Toews (Ed. Marcos y Marcos, pp. 253, 2018)

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Mi ha lasciato un senso di malessere profondissimo.
Un senso di non-speranza totale.
La descrizione di un mondo chiuso e che è impossibile che possa aprirsi.
Un posto dove la parola “perdòno” diventa di attuazione troppo difficile.
Ma la cosa grave è che non ho pensato che fosse solo un problema dei Mennoniti, ma un problema del mondo intero.
È il mondo intero, a non aver preso coscienza di se stesso, di quanta connivenza esista nel perpetrare abominio nei confronti dell’universo femminile. Un abominio di azioni e di pensieri, che tende al completo annullamento della volontà delle donne.

“Come ti sentiresti se tutto quello che pensavi non avesse mai contato?”

Come si può arrivare all’autodeterminazione quando non sai nemmeno che cosa ci sia a un chilometro dalla tua casa? Questo libro è un’asfissia continua. Un’asfissia che certe religioni ti provocano, e non c’è niente che si possa dire in difesa di chi ti proibisce di ascoltare musica rock, di possedere qualcosa che sia solo tuo perché altrimenti pecchi di egoismo, di guardare la tv, di lavorare al di fuori della tua comunità e di lavorare al di fuori di ciò che per diritto divino e tradizione ti è assegnato dalla nascita. Soprattutto, come si può non sentirsi mancare il fiato, quando sai che stai leggendo di persone reali, che hanno la loro vita già scritta da altri, e scritta con un marchio di sofferenza?
La Toews lo aveva già detto in “Un complicato atto d’amore”:
“Bisogna sempre vivere con dolore, in attesa della vita eterna.”
E tutto questo solo perché qualcuno si è inventato una religione, un bel giorno? Si è inventato un Dio che mette sotto tutti, tranne certi suoi rappresentanti e che divide meriti e premi a seconda del sesso a cui appartengono i fedeli? Una religione che ti fa sentire essere umano considerato solo se vivi nella comunità, mentre se te ne vai subisci la scomunica perpetua e vieni scansato da tutto il resto del mondo?
In questa condizione diventa davvero un’impresa epica, riuscire a trovare le forze per uscirne, e uscirne vivo. Terribile, perché comunque non parla solo dei Mennoniti, parla di quanta salita le donne debbano fare, in tutto il mondo, per emergere, essere considerate, essere degne di respiro e stima. È il quarto libro della Toews, che ho portato a termine, ma di sicuro è stato il più difficile, indigesto.

Musica: California dreamin’, Beach Boys