Di niente e di nessuno, di Dario Levantino (Ed. Fazi, pp. 159, 2018)

 

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Questo piccolo libro è un piano sequenza su Palermo.
Un autobus e un ragazzo che guarda la sua città dal finestrino.
Biciclette scassate. Qualcuno rovista nei cassonetti.
L’immondizia che sembra seminata a terra come fosse grano in un campo.
Motociclette rumorose che sgommano via.
Un campo di calcio di terra di periferia.
Famiglie che tirano avanti, una madre che ha tanti rimpianti, rassegnata a ricordarli nel silenzio.
Ma una madre che ti vuole bene, Rosà..e tu la devi difendere, “perché un figlio è un pezzo di carne che una madre si amputa di dosso”.
Un padre che vive di intrallazzi e senza dimostrare affetto.
E poi c’è la scoperta dell’amore, che non sei più picciuttieddu, ora sei cresciuto, ora c’è Anna, e l’amore diventa rifugiarsi in una barca rovesciata, nel buio, nel silenzio, che il buio la cancella, la povertà, il buio è sogno, e quando ne esci puzzi d’amore.
E i sogni di un ragazzo a cui piace l’epica, la mitologia, che sogna gli eroi antichi e sogna di diventare eroe a sua volta, un eroe che parli in siciliano.
In mezzo alla povertà, alle botte, ma i sogni non li ferma nessuno.
Un campo di calcio e una porta, un tuffo in volo e sai già che sei come tuo nonno, nato per stare in porta.
Hai un fisico da poco, sei introverso, non parli quasi con nessuno, sei povero e i compagni di scuola della Palermo bene non ti invitano nemmeno ad una festa. Ma tu non molli. Non vuoi aver paura, anche se ne hai.
Un t’a scantari di nenti e di nuddu: non avere paura di niente e di nessuno, mai.
Rosario ci prova. Chissà quanti ragazzi ci provano, ogni giorno.
E chissà quanti ci riescono, alla fine, a combattere contro un destino che sembra segnato, solo contando su se stessi perché altro non c’è.

 

Musica: Sicily, Pino Daniele

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Se la strada potesse parlare, di James Baldwin (Ed. Fandango, pp.205, traduzione di Marina Valente, 2018)

 

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Questa è la storia di una nascita e di una rinascita, che procedono di pari passo.
L’amore è l’unica forza che tiene tutto legato.
L’amore tra due esseri umani. L’amore di una famiglia. L’amore per la vita stessa, in generale.
Le infinite vie dell’amore.
Non c’è una lotta generale, c’è una lotta di una famiglia unita, che più viene attaccata e più si chiude in se stessa e cerca di uscire da questa terribile situazione con le sole proprie forze, tenendosi aggrappata a se stessa, in una catena di affetto che, perso un anello, può perdersi del tutto. Chi possiede l’amore, può sopravvivere sempre. Chi resta solo, muore.
Ci sono Fonny e Tish, ci sono due ragazzi che si amano, destinati ad amarsi per sempre.

“Fonny mi amava così tanto che non sapeva nemmeno di amarmi. E lui mi piaceva tanto che nessun altro ragazzo mi è sembrato reale. Non li vedevo neanche. Non sapevo cosa volesse dire.”

Destinati a guardarsi sempre alle spalle, per proteggere il loro amore. Il loro figlio in arrivo.
Perché sono neri.
Perché l’America è cattiva. Vede la pelle, non trova il cuore.
Perché l’America è l’occhio stupido e vitreo e razzista di un poliziotto, che se entri nella sua visuale sei fregato.
E devi resistere, in mezzo alla paura.

“Certe volte, lo ammetto, ho paura, perché nessuno può sopportare per sempre la merda che ci tirano addosso. Ma poi bisogna in qualche modo solo restare concentrati per andare avanti. Se pensi troppo, se solo cerchi di pensare troppo lontano, non ce la farai mai.”

Guardare solo un passo avanti a te, guardare te stesso e i tuoi cari, proteggere le spalle ai tuoi cari. Non deve essere facile vivere in questo modo. Pensiamoci un attimo.

Questo libro è tante cose insieme.
È riflessione, è sofferenza, è paura, è dolore, è amicizia, è soprattutto manifesto dell’Amore.

“Era la persona più bella che avessi mai visto in vita mia.”
Ero così felice di vederlo dopo tanto tempo che stavo per piangere. E tutto era diverso. Camminavo per strade che non avevo mai visto. Le facce attorno a me non le avevo mai viste. Ci muovevamo in un silenzio che era musica e che proveniva da ogni parte. Forse per la prima volta nella mia vita ero felice e sapevo di essere felice e Fonny mi teneva per mano.”

 

“Improvvisamente l’ho guardato in faccia. Non è possibile descriverlo, non dovrei nemmeno provarci. La sua faccia era più grande del mondo, i suoi occhi più profondi del sole, più vasti del deserto, tutto quel che è successo dall’inizio dei tempi era nella sua faccia.”

Ma è nello stesso tempo un potente atto di accusa all’America e a Dio, alla religione che è stata creata dai bianchi, per adorare un Dio bianco, che serve solo a tenere buoni i neri, a tenerli lontani dalla realtà, e anche divisi tra loro.

“E se mi dici una sola parola su quel Gesù con cui te la fai da tanti anni, la prima testa che farò saltare sarà la tua. Te la fai con quel bastardo ebreo bianco invece di essere con tuo figlio.”

E se consideriamo quando è stato scritto, è un pugno in faccia all’America. Baldwin ha sofferto tanto. Nasce e cresce ad Harlem, suo padre non esiste e sua madre non gli dirà mai il suo nome. Arriva un patrigno, ma è anaffettivo, ed è un predicatore severissimo. James cresce con la voglia assoluta di studiare, ha fame di cultura, capisce subito che è l’unico mezzo di elevazione, per uno della sua razza. Ma il patrigno non vuole che studi, per lui lo studio è perdita di tempo.
James segue le orme di predicatore, inizia questo percorso nella Chiesa pentecostale di Harlem.
Ottiene successo. La gente si entusiasma alle sue parole.
James ha doti enormi, coinvolge, affina la sua vena poetica nei sermoni, inizia così la sua lotta al potere dei bianchi sui neri. E in questo modo ha la possibilità di andare al liceo, il suo scopo primario.
Ma poi comprende che la religione è un artificio costruito per sottomettere i neri, non può essere arma di liberazione e di presa di coscienza, perché insegna loro solo a piegare la testa, a porgere l’altra guancia.
Lui è nero, ed è anche omosessuale. Capisce bene che occorre una rivoluzione culturale, per rovesciare la situazione.
Qualcuno le ha create, le razze. Qualcuno ha avuto interesse nel crearle. E lui ha lottato per cambiare questa visione malata. Lui ha avuto un inizio terribile, ma ne è uscito. Tanto ha lottato, tanto ha scritto. E ha scritto bene. Ha scritto duro, ha scritto bene, ha scritto poeticamente, ha scritto giusto.

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“Naturalmente, devo dire che l’ America non è un dono di Dio per nessuno – se lo è i giorni di Dio devono essere contati. Quel Dio che questa gente dice di servire – e che serve effettivamente, in modo che non conosce – ha un pessimo senso dell’umorismo. Roba da spaccargli la testa, se fosse un uomo.”

“Chiunque abbia scoperto l’America si meritava di esser messo in galera, in catene, di morire.”

Profondo, lucido, passionale, poetico, per tutto questo mi ha tenuto incollato alle sue pagine, commuovendomi.

 

Musica: Why I Sing the Blues, B.B. King

Boy erased – Vite cancellate, di Gerrard Conley (Ed.BlackCoffee, pp. 329, traduzione Leonardo Taiuti, 2018)

 

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Un intenso, duro, potente memoir.
Gerrard Conley racconta la sua storia vera.
Figlio di un pastore battista, Gerrard si divide tra il College e una fidanzata.
Ma abbiamo un problema. Ovviamente il problema ce l’ha l’America e ce l’ha il mondo.
Gerrard sa di essere gay. Lo sa da tanto tempo. Ma deve lottare contro se stesso e contro la sua natura, perché la società e la sua stessa famiglia glielo impongono. E glielo impone Dio. Quel Dio che lui prega da quando è nato, quel Dio a cui lui si affida da quando è nato. Suo padre e sua madre, in combutta con Dio, gli chiedono di cambiare. Radicalmente. Di cancellare, annullare l’omosessualità. Come fosse una maglietta vecchia, sudicia, sporca, che si deve gettare, come fosse facile gettare se stessi in una pattumiera e rinascere diversi, in questo caso omologhi alla maggioranza. Dio gli impone di GUARIRE. Perché fino al 1973 essere omosessuali era essere malati mentali, per legge. Nel 2004, quando questa storia si colloca, al posto della legge subentra la vergogna. E Gerrard viene spedito in un centro di riabilitazione, perché, nonostante la legge, esistono persone che la rigettano, che rigettano gli omosessuali, che considerano gli omosessuali dei malati, dei pervertiti, che li rinchiudono in un centro e li bombardano di domande e di divieti, convinti che esista un punto, nella linea retta della vita, in cui le persone abbiano deviato inconsciamente dai “sani principi”, un punto nella linea genealogica in cui è accaduto qualcosa di sbagliato, un trisnonno, un nonno, un padre abbiano commesso un errore gravissimo che è ricaduto sui loro nipoti o sui loro figli. Evidentemente Dio si è distratto, concedendo loro questo spazio di errore. E ora Dio pretende che si torni indietro, ci si curi, ci si lavi dal peccato con la sofferenza, con un percorso di dolore e si torni a lui in purezza.
Inutile commentare oltre. Questo romanzo narra questo percorso di dolore, questa via infinita lastricata di pianto, di testa china, di vergogna, di senso di colpa, di Gerrard che non vuole abbandonare la sua vita, di Gerrard che poteva fuggire via in un altro Paese e costruire la vita come voleva lui. Ma quello che viene narrato è l’amore che spinge Gerrard a resistere alla voglia di mollare, di togliersi la vita, e quello che viene narrato è quanto sia difficile resistere quando tutta la tua vita viene fatta a pezzi dagli sguardi, dai pensieri e dalle parole altrui. Gerrard voleva l’amore, l’amore dei suoi e l’amore di Dio, ha continuato disperatamente a cercarlo, umiliando se stesso e il proprio intimo, cercando di capire e anche giustificare i motivi per cui il padre e la madre hanno tentato di “riabilitarlo”. Viene narrata la mangrovia composta da famiglia, società e religione.

“Dio, non so più chi sei ma ti prego dammi la forza di sopravvivere a questa cosa.”

Fino ad arrivare alla soluzione, al coraggio di prendere in mano la sua vita e di non sentirsi più in colpa, perdonando se stesso e il suo desiderio di essere felice come ogni altro uomo sulla Terra.
Una storia a tratti davvero straziante, che lascia senza parole e con un misto tra rabbia e commozione sincera.


Musica: Bad Moon rising, Creedence Clearwater Revival

 

Turbine, di Juli Zeh (Ed. Fazi, pp. 617, 2018)

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Il paradiso non sempre si rivela tale.
Tanti sognano la campagna, anelano la tranquillità, l’ampio respiro fisico e mentale che può donarti un paesaggio quasi incontaminato. E un buon vicinato, sereno, amichevole, ricominciare una vita in un piccolo centro dove tutto sia a misura umana. Ma questo romanzo non è esattamente un inno alla vita rurale come soluzione dei problemi derivanti dal progresso. Il progresso non lascia spazi incontaminati, ormai siamo inseguiti ovunque dalla brama di possesso che ne deriva, e le persone vengono contaminate a loro volta. La penna di Juli Zeh non risparmia nessuno dei tanti protagonisti di questa storia, che inizia piano e finisce col farti venire la febbre, l’ansia di leggere per vedere come va a finire, ma anche un’ansia e quasi un’angoscia, un malessere che ti accompagna piano piano e che va a salire, fino alla fine. Sembra una storiella, invece finisce col somigliare a un giallo, così come a un saggio di sociologia, a un’indagine psicologica, a un’inchiesta sul nostro vivere quotidiano, le nostre contraddizioni. Il piccolo paese subisce la trasformazione negativa quando arrivano i “nuovi”, che invece di portare linfa fresca diventano untori di negatività, di egoismo, e tutto si guasta, e i campi diventano meno verdi, e gli alberi diventano minaccia invece che protezione. Un vento nuovo, proveniente da una turbina, porta aria mefitica e cambia lo scenario, tra nostalgia del passato e curiosità per il futuro, nel confine tra ex DDR e Occidente.
Un lavoro certosino sulla psicologia dei personaggi, in un lungo intreccio di legami familiari e di amicizie e di antipatie e rivalità storiche.
Mi ha lasciato così, indeciso sulle considerazioni finali, e spesso ho ripensato al Condominio di Ballard. 617 pagine, moltissime, ma se le ho lette molto velocemente qualcosa vorrà dire.


Musica: Pigs, Pink Floyd

Donne che viaggiano da sole, José Ovejero (Ed. Voland, pp.224, 2006)

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Siamo sempre là, nella zona di confine del racconto.

Zona limitata, ma solo per chi ha una visione a corto raggio, e magari non ha voglia di scatenare l’immaginazione.

Ovejero è bravo nella fotografia dell’attimo di una vita o di più vite intrecciate tra di loro, a scattare col flash le sue istantanee, carpendo un istante di un’esistenza e facendoci capire che c’è tanto, prima di questo istante, e ci sarà tanto anche dopo. Come quando entriamo in un locale qualsiasi, che sia un bar, o un ufficio oppure un giardino pubblico, e captiamo un brandello di conversazione, e immaginiamo che vite abbiano i protagonisti dei quali abbiamo visto solo una piccola rappresentazione. Scene che possono verificarsi in qualunque parte del mondo, in Sudamerica come in Africa, oppure in Europa, non ha importanza, la vita brulica ovunque e ovunque ci si imbatte in queste fotografie, in questi rapidi sguardi, e in gente che prova a cercare in un viaggio quello che non ha mai trovato prima. Amore, lavoro, vacanza, sofferenza, morte, bontà, crudeltà. La vita, che ti annoia, ti esalta oppure ti ammazza, improvvisamente. L’inatteso è sempre dietro l’angolo di ogni ricerca, il viaggio è sempre un’incognita per gente inquieta.

Lettura interessante, perché sono davvero racconti brevissimi, e questo colpisce davvero, anche se ho letto raccolte di racconti migliori di questa. Per me, ovviamente.

Musica: Africa, Toto

La Storia, di Elsa Morante

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Non ho mai pensato che un singolo libro possa aver cambiato realmente la vita di qualcuno. Soprattutto la mia. Però ci sono dei libri che non dimentichi. E questo è uno di quelli. Il libro che parla degli ultimi.
Un libro che parla di noi. Parla di un’epoca che non abbiamo mai vissuto, di cui abbiamo solo letto nei libri di “storia”, appunto. Di qualcosa che ci hanno raccontato i nostri nonni, o i nostri genitori. E quando il racconto diventa personale, ci racconta della vita quotidiana, ecco che ti appaiono volti, ti sembra che la Storia ti arrivi più vicina, che non sia più solo un qualcosa di inesplicabile, inavvicinabile. Questo è un romanzo pesantissimo. È un macigno difficile da reggere. Non ti lascia scampo, non ti permette di dormirci su, ti regala piccole speranze e poi te le distrugge, ti fa soffrire. La Storia macina l’umanità, come se fosse un deus ex machina che schiaccia gli uomini e invece non fosse responsabilità degli uomini stessi. È un libro che parla di una madre che evita di pensare a quello che è più grande di lei, perché lei deve pensare a sopravvivere e a far sopravvivere i suoi figli e basta, non ci sono altri obiettivi, il mondo e la Storia non li cambi, ti ci devi solo adattare. È un libro infame, che ti regala delle perle inaudite di poesia quando descrive la purezza di un bambino che rappresenta la purezza originaria dell’umanità intera, ma anche quando descrive la morte di un soldato italiano in Russia, è un libro che le lacrime te le succhia da dentro. Un libro sulla crudeltà del vivere da poveri, sulla crudeltà del vivere da parte di chi non ha speranze, ma anche da parte di chi vive da entusiasta, da parte di chi è convinto di spaccare il mondo con le azioni e con i sogni, e che la vita respinge, ricaccia indietro, schiaccia. Anche se sei troppo limpido, pulito, questo mondo non fa per te. Eppure è un libro che parla della bellezza della vita, anche se questa bellezza la trovi solo nel quotidiano, negli attimi che il quotidiano, qualunque esso sia, ti regala. La bellezza di una corsa in moto per Roma, la bellezza di un dialogo commovente tra un bambino e un cane, i loro sguardi d’intesa, la protezione reciproca.
È un libro che parla del nostro essere spauriti, persi, di fronte al mondo e ai suoi misteri, quella sensazione di essere destinati a perire, non solo fisicamente, che ogni tanto ci prende e ci stringe alla gola. 


” A’ mà….pecché?”
In realtà, questa sua domanda non pareva rivolgersi proprio a Ida là presente: piuttosto a una qualche volontà assente, immane e inspiegabile.Quella domanda: pecché? era diventata in Useppe una sorta di ritornello, che gli tornava alle labbra fuori tempo e fuori luogo, forse per un movimento involontario ( se no, si sarebbe preoccupato di pronunciarla bene con la erre ). Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: ” pecché? pecché pecché pecché pecché?? “. Ma per quanto sapesse di automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degli asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche destinazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi”.

Siamo gente che non ce la fa. Ma che ci prova lo stesso, perché a questo siamo destinati, a provarci, sempre, col fardello sulla schiena. Come noi lettori, che mentre leggiamo sappiamo che finirà male, ma non possiamo far altro che andare avanti. Troppo barocco, troppo melenso, troppo deamicisiano, come diceva Pasolini. Ma non si può sempre essere distaccati, analitici, complessi, nella vita e nella scrittura, e allora viva questo romanzo immortale, che ha reso immortale la sofferenza dei poveri.
E che dovrebbe essere testo obbligatorio in tutte le scuole.
Ciao Ida, ciao Nino, Davide, Bella. E ciao, Useppe, piccolo monumentale Useppe, piccolo e troppo puro Useppe.

Musica: La storia, di Francesco De Gregori

 

 

 

 

«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua».

 

La tregua, di Mario Benedetti


Questo è un libro che ho commentato, ma credo che quella specie di recensione non gli abbia reso nemmeno un’oncia di rispetto. Non penso di poter essere stato in grado di rendere giustizia a quello che questo romanzo mi ha fatto provare. E oggi riprendo questa citazione, perché ho bisogno di farlo. È stato forse l’unico libro per il quale abbia versato davvero un fiume di lacrime. Ripensarci, oggi, fa male. Molto. Ma sono stato felice di averlo letto.

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