Ti scriverò prima del confine, di Diego Barbera (Ed. CasaSirio, pp.272, 2015)

 

ti scriverò

Un libro bizzarro, strano, strambo, particolarissimo. Già dal formato, tascabile.
Un libro in cui non c’è un nome di persona. Al posto dei nomi ci sono gli asterischi.
Perché a volte nella vita succede che capisci che le parole contano poco, a volte contano niente, e anche i nomi delle persone non sono importanti. Contano i gesti che fai. La cosa importante è capirsi. La cosa importante è trovare qualcuno che ti capisca, che ti sappia ascoltare, e che col solo sguardo ti faccia comprendere che sei importante, ehi guarda quanto sono felice per il solo fatto che tu sia qui, e che tu abbia scelto me.
Sono pochissime le persone che ci fanno questo effetto e a cui facciamo questo effetto.
Qui c’è solo Giulia, ad avere questo potere, ed infatti è l’unica che abbia l’onore di avere un nome, in questa strampalata storia. Giulia non parla più, dopo aver subito un trauma. Giulia è raggomitolata, vive così, diffidente, chiusa, senza affetti. Abbandonata. Ha deciso di non parlare. Giulia chiede fatti, non parole.
M*** è come lei. Ha subìto anche lui un trauma. Ma lui parla. M*** fugge dal mondo che lo bracca, e inciampa in Giulia. In ospedale si conoscono. E dal primo momento capiscono che c’è qualcosa per cui vale la pena tentare di vivere, di aprirsi. Si fidano, perché si riconoscono. Trovano subito il modo di interagire, con i gesti, con i pezzi di carta, con le immagini. E soprattutto col cuore. L’amore dona espressività a chiunque.
Il libro è strano, è surreale, perché è popolato di persone così, che hanno tutte un loro modo, unico, di esprimersi, e spesso si capiscono da sole. Ogni tipo di comunicazione qui è particolare, fuori dall’ordinario. Il libro mi ha scombussolato, a volte volevo chiuderlo. La troppa incomunicabilità che emanava mi ha destabilizzato. Eppure sono rimasto a leggere, perché ci ho trovato domande, tante riflessioni, occasioni per pensare a quanto sia possibile cambiare rotta, nella vita, se lo si vuole e se si ha l’occasione giusta. E ci ho trovato l’Amore. Camminiamo tutti lungo il nostro confine, e chissà quale sarà il passo decisivo, quello tra la paura e il coraggio. Chissà che cosa ci aspetta, domattina. La vita non è fatta solo di un passo clamoroso, ma di tanti piccoli passi che spesso evitiamo di fare, ma sono quelli, che ci manderebbero più avanti di quanto riteniamo possibile. E c’è ancora, c’è sempre lo spazio per ricominciare, per ripartire.

“Quanta è piccola la quantità dei momenti importanti nella vita? Credo che l’unico modo per percepirla sia accostarle un numero. Per esempio, quanto volte ho tenuto in braccio il mio cane cucciolo? Quante volte ho osservato dall’inizio alla fine un tramonto, cercando un punto di riferimento rispetto al Sole, come una casa, una montagna o il mare? Quante volte ho passeggiato con i miei genitori senza parlare, assaporando la serenità? Quante volte ho avuto la possibilità di cambiare la mia vita in un secondo, grazie a una decisione?”

Quando avevo già emesso un giudizio positivo ma certo non strepitoso, ecco un finale che esplode di inaspettata poesia, che cambia tutto, e la commozione arriva, memorabile. E ho cambiato idea. Il libro è meraviglioso.

“Ti scriverò prima del confine, con i pensieri. E ti dedicherò parole che oggi non conosco ancora, ma che sto già imparando”.

 

Musica: Cardiologia, Francesco De Gregori

Annunci

Donne che parlano, di Miriam Toews (Ed. Marcos y Marcos, pp. 253, 2018)

toews

Mi ha lasciato un senso di malessere profondissimo.
Un senso di non-speranza totale.
La descrizione di un mondo chiuso e che è impossibile che possa aprirsi.
Un posto dove la parola “perdòno” diventa di attuazione troppo difficile.
Ma la cosa grave è che non ho pensato che fosse solo un problema dei Mennoniti, ma un problema del mondo intero.
È il mondo intero, a non aver preso coscienza di se stesso, di quanta connivenza esista nel perpetrare abominio nei confronti dell’universo femminile. Un abominio di azioni e di pensieri, che tende al completo annullamento della volontà delle donne.

“Come ti sentiresti se tutto quello che pensavi non avesse mai contato?”

Come si può arrivare all’autodeterminazione quando non sai nemmeno che cosa ci sia a un chilometro dalla tua casa? Questo libro è un’asfissia continua. Un’asfissia che certe religioni ti provocano, e non c’è niente che si possa dire in difesa di chi ti proibisce di ascoltare musica rock, di possedere qualcosa che sia solo tuo perché altrimenti pecchi di egoismo, di guardare la tv, di lavorare al di fuori della tua comunità e di lavorare al di fuori di ciò che per diritto divino e tradizione ti è assegnato dalla nascita. Soprattutto, come si può non sentirsi mancare il fiato, quando sai che stai leggendo di persone reali, che hanno la loro vita già scritta da altri, e scritta con un marchio di sofferenza?
La Toews lo aveva già detto in “Un complicato atto d’amore”:
“Bisogna sempre vivere con dolore, in attesa della vita eterna.”
E tutto questo solo perché qualcuno si è inventato una religione, un bel giorno? Si è inventato un Dio che mette sotto tutti, tranne certi suoi rappresentanti e che divide meriti e premi a seconda del sesso a cui appartengono i fedeli? Una religione che ti fa sentire essere umano considerato solo se vivi nella comunità, mentre se te ne vai subisci la scomunica perpetua e vieni scansato da tutto il resto del mondo?
In questa condizione diventa davvero un’impresa epica, riuscire a trovare le forze per uscirne, e uscirne vivo. Terribile, perché comunque non parla solo dei Mennoniti, parla di quanta salita le donne debbano fare, in tutto il mondo, per emergere, essere considerate, essere degne di respiro e stima. È il quarto libro della Toews, che ho portato a termine, ma di sicuro è stato il più difficile, indigesto.

Musica: California dreamin’, Beach Boys

Un matrimonio americano, di Tayari Jones (Ed. Neri Pozza, pp.368, 2018)

47573776_10212537076851946_5142532203707629568_n

L’amore. “È là fuori, imprevedibile e mortale, come un tornado”.

Questo è un romanzo dove tutti i personaggi sono neri. Che parla di una profonda ingiustizia perpetrata ai danni di un nero. Un romanzo apparentemente sulla discriminazione razziale. Ma che per me parla anche di molto altro. Si parte dalla discriminazione per arrivare a vedere quanto dolore e sofferenza provochi a cascata su padri, madri e mogli di chi questa discriminazione l’ha subìta. E sono sempre neri, tutti.
Non è una cosa che si possa mettere in secondo piano.
Ma non si tratta solo di questo.
Si tratta e si parla di amore, di unioni, di amicizia e di matrimonio.
Di quanto possa essere saldo, vero, leale. Di quanto possa reggere la lealtà e la fedeltà, di fronte al tornado dell’amore e soprattutto degli eventi della vita. La vita è una concatenazione di eventi imprevedibili, e i sentimenti seguono, non precedono tutta la concatenazione. Questa storia mi ha incatenato alla sua narrazione, io ci ho trovato una maestria formidabile nella descrizione dei sentimenti, quella cosa così nascosta e personale che è il nostro segreto più intimo e che lei invece ha catturato.
Non sai da che parte stare. Lei ti costringe a stare prima con uno, poi ti fa capire che non è del tutto giusto. E allora tifi per tutti. Ho provato un malessere e una rabbia profondi, poi sfociate in commozione, a mano a mano che le pagine avanzano, e avanzavano in modo frenetico, non ho trovato pace fino a che non è finita, e forse nemmeno dopo, l’ho trovata. Perché non esiste pace, negli esseri umani. Siamo fatti di tante facce diverse, e spesso le mostriamo nello stesso momento. Siamo fatti di bontà e di malvagità, di altruismo e di egoismo, e quindi destinati all’errore, e l’errore spesso lo commettiamo perché amiamo. La vita è cambiamento in agguato. È l’amore, che ci cambia.

“La nostra casa non è semplicemente vuota, la nostra casa è stata svuotata. L’amore si ricava uno spazio nella tua vita, si ricava uno spazio nel tuo letto. Inavvertitamente, si ricava uno spazio nel tuo corpo, reindirizza tutti i vasi sanguigni e si mette a pulsare proprio accanto al tuo cuore. Quando se ne va, niente ha più la pienezza di prima.”

Vorremmo non soffrire, vorremmo che non soffrisse nessuno delle nostre scelte.
Vorremmo non sentirci in colpa per aver cercato la nostra via alla felicità.
Vorremmo una protezione, come desiderava Celestial, “sapendo che una cosa del genere non esiste”.
Potente, profondo, commovente. Una delle mie migliori letture dell’anno.

 

Musica: Do Right Woman, Aretha Franklin

Cime tempestose, di Emily Brontë

 

cime

È amore, quando dilaga in ossessione, malattia, sete di vendetta, voglia di distruzione totale, a partire da se stessi?
Non lo so proprio. La risposta d’istinto sarebbe no, non lo è.
Ma chi può dirlo?
Non è amore, spesso, nemmeno quando tutto è pacifico, sorridente, conviviale.
Vai a capire.
Qui di certo c’è l’aspirazione all’immortalità, anche se sembra patologia, malattia, odio, violenza.
Non posso vivere senza di te, ma scelgo di farlo comunque.
Siamo diversissimi, eppure senza la tua anima di fianco alla mia io non esisto, e nulla deve esistere, nulla ha più un senso e nulla vale la pena continuare.
E ovviamente tutto il mondo è fuori di noi, solo noi due, Heathcliff e Catherine, ci capiamo, noi due parliamo un linguaggio che agli altri risulta totalmente incomprensibile, e anche detestabile, ma chi se ne frega, contiamo solo io e te.

“Non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è ancora più uguale a me stessa di quanto possa esserlo io.”
Eh la miseria ladra…

“…non potrebbe amarla in ottant’anni quanto l’amerei io in un sol giorno.”
Eh la miseria ladra (2)

E quando uno dei due scompare, l’altro preferisce essere perseguitato dal suo spettro, anche se venisse a tormentarlo tutte le notti senza mai farlo dormire, questo sarebbe preferibile al dover fare i conti con la sola propria anima per il resto della vita.

“non lasciarmi, ti prego, in questo abisso, dove non posso trovarti! Oh Dio, è un dolore indicibile!”

Emily Brontë non deve aver avuto una vita facile, se ha popolato tutte queste pagine scritte di fantasmi, di solitudine, di disperazione, di sete di vendetta, di pace mai raggiunta, di amore ferito e che ferisce, di esseri umani incarogniti, imbestialiti, cattivi, egoisti, malsani per il mondo intero. Personaggi con gli stessi nomi, tanto per sottolineare l’uniformità del genere umano, tutti uguali sia nei nomi che nella cattiveria. Un libro che ti fa incazzare a morte, dove a un certo punto sogni di prendere il cavallo più nero e furibondo che esista e spronarlo al galoppo furioso, con in mano due torce bollenti di fuoco per andare a bruciare tutte le case e le campagne descritte. Lo leggi perché ti chiedi voglio proprio vedere fino a quale abisso vuole farti arrivare questa scrittrice, ti incaponisci sia per rabbia che per interesse, perché comunque non ti stacchi dalle pagine, eh. Uno dei pochi libri in cui uno schiaffo scritto ti arriva come fosse uno vero, e la tua guancia la senti scottare allo stesso modo. O lo odi, o lo ami. Io mica lo so. Io sono perplesso. Però quasi sento il vento della landa inglese sulle spalle e sulla faccia, lo sfrigolio dei camini, il freddo delle stanze gelide, e una cupezza addosso che pesa quanto una coperta bagnata.  Sarà un bene?

Musica:Sing For Absolution, Muse

 

 

 

 

 

 

Mar del Plata, di Claudio Fava (ADD Editore, pp. 127, 2013)

 

46093509_10212409468221810_5596613124246470656_n

Una storia da ricordare. l’Argentina di Videla, il boia. I militari, l’Esma, gli assassini e gli assassinati. Cinquemila persone fatte sparire, trucidate, gettate per strada o nel mare dagli aerei.
Una piccola grande squadra di rugby, ragazzi di vent’anni che lavorano e poi si divertono e si sfogano in campo, dietro a una palla ovale, una palla storta come il loro Paese e come la vita.
Tutti uniti. Fino alla fine. Tutti impauriti, tutti a pensare se sia “davvero giusto farsi ammazzare solo per un puntiglio, per un cazzo di principio”. 
Da Javier in poi inizia il massacro. Perché, perché?

“Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire”.

Possono salvarsi. Rinnegando se stessi o fuggendo via, la Francia li aspetta.
Ma no. Alla fine avere vent’anni significa un po’ tutto, significa incoscienza, coraggio, e anche speranza, significa sentirsi intoccabili.


«Il rugby era servito anche a questo, a pensare che lo cose sarebbero girate sempre bene»


E allora si resta. E si gioca. Non si può fare altro. Possono solo entrare in campo e dilatare il minuto di raccoglimento per Javier in dieci minuti di silenzio assoluto, ma assordante quanto mille urla.
E Videla non lo accetta, quel silenzio, non accetta quelle urla.
Ma loro corrono lo stesso.


“A vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri.”


Una storia da ricordare, sempre. Perché la libertà pesa, non è un regalo, è una conquista.
È una palla ovale da fermare, un rimbalzo da catturare.

Musica: Informe de la situacion- Victor Heredia

Mio fratello, di Daniel Pennac (Ed. Feltrinelli, pp. 121, 2018)

Jpeg

Daniel e Bernard, due fratelli.
Bernard il maggiore, il prediletto dalla famiglia, quello che si stava sempre ad ascoltare, quello che sapeva cosa dire e cosa non dire e come farlo, bene. Bernard scompare. E Daniel improvvisamente cadeva. Improvvisamente si accorge che gli mancano le fondamenta. Daniel cade psicologicamente e fisicamente, cade ovunque, “ho perso l’uso del corpo, dice:

“A Parigi ho rischiato più volte di finire sotto una macchina e mi sono fatto prendere a botte nella metropolitana, sono caduto da una scarpata, ho fatto un testacoda e sono finito con il muso dell’auto sopra un burrone. E non ho avuto paura. Né sul momento né ripensandoci. Per riprendere in mano la situazione, mi sono detto che avrei scritto qualcosa su di lui. Su di noi.”

Ma Daniel Pennac si accorge che la sua mente è bloccata. Il dolore è troppo invasivo, non gli permette di mettere su carta i ricordi, che pure sono tanti, che spesso ti cingono alle spalle senza preavviso, e ti ritrovi a fischiare per chiamare un taxi solo perché con tuo fratello era così che vi chiamavate, te lo ha insegnato lui. E ti ritrovi a girare il cucchiaino nella tazzina di caffè e a fermarti di colpo, sognante, esattamente quello che faceva lui, nello stesso identico modo suo, con lo stesso ritmo, la stessa sonorità.
Sei tuo fratello morto che gira il cucchiaino nel caffè.
La tua voce è uguale alla sua, tuo nipote ti scambia per lui.
Passano dieci anni, prima che Daniel Pennac riesca a trovare il modo per omaggiare suo fratello con la scrittura. E lo fa con l’aiuto di un parallelismo letterario, è Melville con il suo scrivano Bartleby, ad aiutarlo. Bernard era come Bartleby. Rifiutava gli orpelli, le cose inutili della vita.
“Evitiamo di aggravare l’entropia”, questo era il suo motto.
Come Bartleby evitava di infilarsi in discorsi pleonastici, in tutto quello che non serviva. Ma non con fare antipatico o saccente, Bernard era un uomo dotato di un’ironia straordinaria.
Preferirei di no. Preferirei non dilungarmi, preferirei badare al sodo, all’essenza della vita, a non dover star sempre a spiegare che cosa provo e il perché lo provo. Ho voglia di essere leggero, spesso impalpabile, ma non invisibile, voglio essere importante ma senza disturbare nessuno. Una grande lezione, con gli occhi di oggi. Una famiglia in cui si era abituati a fare battute per evitare di parlare di sé.


“Parlavamo soltanto a proposito di quello che c’era da dire. Spesso commentando i libri che leggevamo. La letteratura ci fungeva da terreno comune”.


Capirsi con uno sguardo, anzi senza nemmeno guardarsi, il silenzio che dice tutto. Undici anni a dividere la stessa camera, milioni di partite a scacchi ma solo 3 o 4 segreti condivisi. Persone per cui la parola ha voluto dire tutto, nella vita, e che tra di loro veniva centellinata.
Ma il volersi bene è fatto di cose talvolta inspiegabili. E quando ci si perde di vista, basta un fischio per sapere dov’è l’altro e correre da lui.
Un libro di una delicatezza incredibile. Ma nemmeno tanto, conoscendo l’autore, un maestro di delicatezza, così come di ironia. Un libro fatto di un grande amore, fondamentalmente questo è un libro di amore puro, tanto tenero quanto potente.

 

Musica: Someone like you, Van Morrison                                                 

Il sacrificio del fuoco, di Albrecht Goes (2017, Ed. Giuntina, pp. 50)

il sacrificio

“Non una bella storia… questo è sicuro. Ma chi l’ha detto che in una storia buia non possa anche nascondersi una luce, come si fa divampare un fuoco chiaro da una pietra scura?”

Ecco. Un libro leggero come una piuma, ma che contiene una profondità e un dolore immensi, un buio tenebroso e una luce accecante. La disperazione per un mondo che ha perso tutto e la speranza di una rinascita, perché anche un singolo gesto umano può contenere il germe della rinascita.

In sole 42 pagine c’è tutto il genere umano, la sua intera gamma di comportamento. Dal disinteresse alla pigrizia di approfondire, di farsi domande, all’invidia, alla superficialità che sfocia nell’egoismo e nell’odio, e nell’Olocausto ma anche la volontà di non piegarsi al Male, di condividere la pena altrui, fino all’estremo sacrificio, in nome di un’espiazione che salvi il mondo. Il valore di un singolo gesto di abnegazione e di altruismo, che alla fine è l’unica cosa che ci resta, molto spesso, di fronte alla malvagità totale. Un singolo gesto, invisibile, che non si fa notare, eppure pesa, e ci salva, e salva tutti. Oppure non ci salva. Ma almeno ci abbiamo provato, a ricordarci che siamo umani.

Indimenticabile signora Walker, la tua macelleria, la carne che hai dato in più, i cappotti con la stella gialla, i bambini che hai sfamato, la tua cicatrice non è dolore, è amore.

“Questo è il tritacarne che ha distrutto tante vite. E questa è la minuscola, meravigliosa possibilità dell’essere umano”

Musica: The book of love, Peter Gabriel