La figlia sbagliata, di Raffaella Romagnolo (Ed. Frassinelli, pp.170, 2015)

 

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Una luce puntata dritta sul buio di una vita.
Su molte delle nostre vite, probabilmente.
Questo, è il libro.
Sempre più mi accorgo che gli incipit contino, quando devo decidere se proseguire le letture che intraprendo. E questo libro mi ha catturato subito. Ha tirato fuori da me la curiosità, l’inquietudine, tutta l’angoscia possibile, spingendomi ad andare avanti per scoprire la parte di follia che ci governa, cosa ci spinge a fare il culto delle apparenze, quanto possano contare certi insegnamenti che sembrano corretti e che invece possono portare a stringere un cappio soffocante in certe famiglie. In tante famiglie.
Ines sa che cosa bisogna fare fin da quando è nata. Deve compiere determinate azioni perché una madre e una moglie DEVONO fare questo, in tutto questo dovere è compreso anche l’annullamento delle proprie eventuali ambizioni, la rinuncia ai sogni, alle passioni. E quando tua figlia invece decide di provare a fare quel che sogna e ti fa perdere il controllo della sala comandi, il rancore prende possesso di tutto. È un libro che ti scuote, ti schiaffeggia, ti provoca una rabbia senza fine, che ti regala un fastidio poderoso. Probabilmente perché ti mostra quel lato dell’esistenza che nessuno accetta, ti mostra quanto la difesa delle apparenze possa deviare e sconvolgere le nostre vite. Sei qui che urli contro Ines, ma in fondo le somigli. Perché è difficile stare insieme, essere una coppia, essere genitore ed essere figlio, è un’impresa ai limiti, e alle volte quei limiti li superi, oppure ne vieni travolto e spazzato via.
Una tragedia greca, con protagonisti perfettamente scolpiti, un libro che mi resterà dentro, veramente devastante, fulminante, nella sua brevità dice tutto, e ti segna.

 

Musica: Ottobre, Carmen Consoli

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Come muoversi tra la folla, di Camille Bordas (Ed. SEM, trad. Giuseppe Castigliola, pp. 301, 2019)

 

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Non so se somigli ad Holden, ma questo Isidore mi piace un sacco, questo libro mi piace un sacco. Isidore e i suoi cinque fratelli super intelligenti, i suoi cinque fratelli curvi sui libri, destinati a lavori fantasmagorici, ad un futuro degno del loro genio. Ma cinque fratelli paralizzati dalla paura di vivere. Isidore è un semplice undicenne, niente di speciale, non è un genio, è normale, anche se in quella casa essere normali significa anormalità. Isidore non ha titoli da mostrare, ma ha il dono di essere empatico col mondo intero, ha il dono di percepire il dolore e la gioia altrui, ha il dono di voler vivere e di non aver paura di farlo. Ascolta. Comprende. E se non comprende, ci prova, con sincerità, partecipazione emotiva. Isidore non sa nulla dei libri, ma insegna ai suoi fratelli a muoversi tra la folla, loro lo cercano, è lui la loro chiave per aprire la porta che li divide dagli altri, è lui che insegna loro a non aver paura. A non giudicare. A vivere attimo per attimo, che ogni attimo è diverso dal precedente e ci perdiamo, a chiuderci nelle nostre fortezze di indifferenza e di presunzione. Libro bellissimo, e anche a tratti tanto divertente, che l’ironia è un altro dono da accarezzare e custodire.

 

Musica: Somebody, Depeche Mode

Acqua di mare, di Charles Simmons (Ed. Bur, trad. Massimo Bocchiola, pp. 159, 2007)

 

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Il romanzo è breve. Ed è un pregio, l’uso misurato delle parole diventa anche narrazione che non si dilunga. Un incipit fulminante che poi però tendi a dimenticare, preso dalla storia e dal suo intreccio noir. L’argomento, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, è uno dei più trattati in letteratura, dunque difficoltà in più nel trovare qualcosa che non sia già stato detto, infatti i rimandi a qualcosa di già scritto da altri non sono pochi. L’autore sa scrivere bene,sicuro. I personaggi, specialmente le figure del padre e del figlio, sono resi benissimo. Quel rapporto fatto di ammirazione sconfinata e nello stesso tempo di tentativo di emulazione impossibile, quando ti accorgi che tuo padre è troppo bello, troppo maturo, troppo tutto, al tuo cospetto di ragazzino che dalla sua ha solo la forza della fantasia e della sensazione che tutto sia possibile, nella vita. Il primo vero amore, che ti fa sentire immortale. Ma anche le delusioni seguenti, quando ti accorgi che tu parli un linguaggio e il mondo ne parla un altro, quando ti accorgi che niente e nessuno è perfetto,compreso tuo padre, e che l’amore può tramutarsi anche in odio, come l’acqua del mare può diventare lacrima. È un buon libro. Ma anche troppo scritto bene. Studiato. Così bene da apparire freddo e distaccato in diversi punti. E troppo superficiale in altri. Zina, la donna contesa da figlio e padre, sembra non ben delineata, troppo complicata, sopra le righe, scialba. Non sai perché questo ragazzo se ne innamori, ma soprattutto non sai perché se ne invaghisca il padre, il romanzo non lo spiega, ti butta in faccia questa verità di getto, senza approfondimento. Così come il finale mi è sembrato molto veloce, tirato via, ti lascia con una sensazione di insoddisfazione. Insomma, un bel racconto, ma mi manca quel coinvolgimento, quell’anima che mi porta a definire un romanzo come un capolavoro, diversamente da quanto ho letto da più parti.

Dentro soffia il vento, Francesca Diotallevi (Ed. Neri Pozza, pp. 222, 2016)

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La cosa che più mi è piaciuta è la scrittura. Poi l’ambientazione, questo piccolo borgo di montagna, i silenzi e i gesti, il freddo e la neve che rendono tutto più duro e più vissuto. La storia inizia bene, la trama è molto interessante. Un blocco di persone che si difendono dagli estranei, che siano zingari o che sia una ragazza che ha deciso di vivere da sola nel bosco e che considerano una strega, ma a cui ipocritamente e segretamente tutti si risolvono per avere medicamenti per i loro malanni. Quello che mi è piaciuto meno è il fatto che tutti i personaggi abbiano una voce monocorde, non ho trovato molte differenze tra di loro. È una bella storia d’amore, ma di cui intuiamo il finale troppo, troppo presto. E il retorico e il fiabesco prendono troppo il sopravvento su tutto, fino a dolcificarlo in maniera prepotentemente caramellosa. Leggerò però altro, di lei, sono curioso.

Casa d’altri, di Silvio D’Arzo (Ed. Einaudi, pp. 141, 2007)

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Non succede niente, in questo racconto. Eppure ti entra nelle ossa come un gelo d’inverno.Resti con un senso di angoscia che ti chiude la gola, con le domande sul senso dell’esistenza.Quando ci si sente estranei a tutto, quando si pensa di non appartenere a niente e a nessuno.
Quei paesini sperduti che tu ti sei sempre detto che non ci potresti mai vivere.
Dove si è sempre in pochi. Sempre di meno.
Il prete, i vecchi, gli animali. La capra con gli occhi umani.
E su tutto, la natura, il destino ineluttabile.
D’Arzo ti illumina la via e ti porta in mezzo a loro, letteralmente.

«Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa ecco tutto. 
L’ombra proprio ancora non era scesa: campanacci di pecore e capre si sentivano a tratti qua e là un po’ prima della prata dei pascoli. Proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt’ora. 
In mezzo a tutto quel silenzio e quel freddo e a quel livido e a quel immobilità un poco tragica, l’unica cosa viva era lei. Si chinava, e mi pare anche a fatica, affondava gli stracci nell’acqua, li torceva e sbatteva su un sasso: poi li affondava, torceva e sbatteva, e via ancora così. Né lentamente né in fretta, e senza mai alzare la testa».

I gesti ripetitivi, sempre quelli, le poche parole, sempre quelle, tra la nascita e la morte.
I gesti dove ti rifugi per evitare di pensare e di soffrire, per evitare di fare e farti domande.
Una fatica sopportata, rassegnata, molto meglio che la coscienza del dolore e dell’inutilità.
Ma alla fine può capitare l’imprevisto. Il dolore che si cela dietro l’apparente calma e rassegnazione viene fuori.
Improvvisamente la stanchezza, la voglia di uscire dall’ingranaggio. Un prete e una vecchia.
“Io ho una capra che porto sempre con me; e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale.Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Una vita da capra e nient’altro.”

La vita, che mette a nudo la tua povertà, la tua insicurezza, quel non sapere le risposte. In mezzo ad un mondo inospitale, ti viene chiesta ospitalità, un gesto di affetto, di pietà, di carità. Non ce la faccio più, chiedo il permesso di “finire un po’ prima”.
Quel non trovare le parole giuste da dire alla persona che ti ha fatto una domanda precisa, e tu non trovi altro appiglio che il rifugio nel già detto, niente che sia tuo.
Lei voleva qualcosa di nuovo, di originale, di tuo.
Qualcosa che la convincesse.
Pensavo che Dio potrebbe anche farmelo, un piacere, perché io non gli ho mai chiesto niente.
Ma di fronte alla fatica del vivere non esistono parole ragionevoli, non esiste una legge, non esiste la Fede nè un uomo di chiesa che possa salvare, consolare, acquietare.
E non esiste carità possibile. L’umanità non è onnipotente.

«Ma che altro potevo fare, mi dite?»

Cosa siamo, noi e le nostre parole? “Meno di niente”.

Adulterio e altre scelte, di Andre Dubus (Ed. Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli, pp. 242, 2018)

 

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Sono di parte, lo dico subito. Non leggerete un commento neutrale, amo questo libro come ho amato tutti gli altri di Dubus, e anche di più.

Un’antologia capolavoro, anno 1977. Racconti che vengono divisi in tre parti, l’infanzia e l’adolescenza, i rapporti con la propria famiglia. Poi la maturità giovane, le prime esperienze amorose e lavorative, i primi sogni. Poi la maturità piena, in cui i sogni si spezzano, diventano rimpianti, arriva la paura di quello che ci attende dopo la morte e si vaga smarriti.

Ci siamo dentro tutti, nelle storie di Andre Dubus. Tutti noi, i comprimari, quelli che non fanno la Storia, quelli che hanno vite risibili, quelli che non fanno parte degli Eroi, ma che eroi lo sono inconsapevolmente.  Quelli che compiono gesti coraggiosi ogni giorno, ma non se ne accorgono mai.  Quelli che hanno sempre dovuto far fronte alle aspettative altrui, che vivono il sogno dei propri genitori, dei propri amici, dei propri colleghi di lavoro. Padri che si arrabbiano con i figli, che se la prendono con loro, che si chiedono “perché piange?”, che sanno di sbagliare con loro ma insistono, vogliono amare ed essere amati. Che sia amore, che sia la fede in un Dio, che sia adulterio, che sia maledetto senso del dovere, Dubus racconta alla perfezione quello che passa nell’animo dei suoi personaggi, in un modo talmente profondo che ci legge ne esce completamente soggiogato, sconvolto. Così come Dubus stesso, che diceva di piangere quando le sue creazioni commettevano un errore. La sua forza è questa, il saper dare voce al dolore, alla disperazione, alla voglia di riscatto, lui stesso dava la forza, o avrebbe voluto dare la forza e la spinta ai suoi personaggi, quella che a loro sarebbe servita per andare avanti, per trovare la loro felicità e la loro redenzione. Le persone sbagliano, commettono gravi errori e gravi peccati, si disperano per questo, hanno paura delle conseguenze, e Dubus ce lo mostra, e Dubus è dalla loro parte, sapendo benissimo che sbaglieranno ancora, perché la vita è fatta così, eventi consecutivi spesso senza importanza, a cui seguono prese di coscienza improvvise e sconvolgimenti interiori, ma si va avanti, il giorno dopo ci sarà “il sole e il vento gelido che asciugheranno la terra”, come un sorriso che asciugherà le loro lacrime. Uno scrittore fantastico, che sa dar voce all’universo umano, maschile e soprattutto femminile, in modo mirabile.

“Le piaceva stare con suo padre, ma con nessun altro. Il barlume di delusione negli occhi della madre all’aeroporto era l’avanguardia dell’esercito di parenti e conoscenti che l’aspettavano; la incontravano per le strade, nei negozi, al country club, a casa sua e nelle loro abitazioni; appena iniziavano a salutarla, i loro occhi le dicevano che era ancora la grassa Louise, che era stata sempre grassa, che era andata al college ed era tornata più grassa che mai.”

Quelli costretti sempre a dare il meglio per loro, a vincere per loro, ma che in fondo non sognano altro che una salvifica sconfitta, dire la verità, dire no, non ce la faccio, “me ne torno a casa”, ma anche quelli che sfruttano i fallimenti altrui per apparire migliori di loro.

E qualcuno che li perdoni.

 

 

Musica: Here we are in the years,  Neil Young

Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà (Ed. Adelphi, pp.225, 2019)

 

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Uno dei libri più originali che abbia mai letto, almeno negli ultimi anni.
Un caleidoscopio di situazioni e di idee, messe su carta in modo elegantissimo, con un uso
delle parole bellissimo e anche coraggioso, nella stramberia della trama che però resta
sempre credibile e coinvolgente. È un po’ la ricerca della felicità, questo libro. Uno statistico che vuole ricondurre tutto il mondo in un’analisi logica e prevedibile ma che viene in qualche modo travolto dalla vita, che non ha alcuna voglia di essere incanalata negli schemi di chicchessia. La sua lunghissima ed estenuante giornata qui descritta lo travolgerà, il suo cinismo e la sua freddezza verranno superati dal senso di umanità che capirà essere molto più importante di tutto il resto. Chi non vorrebbe una serie di colpi di fortuna senza fine, nella sua esistenza? Kurt invece ci pensa, e la fortuna sfacciata finisce per atterrirlo, Kurt vuole solo vivere come tutti gli altri, vuole solo essere un uomo, alzandosi al mattino con la normale sensazione di insicurezza, di paura che qualcosa vada storto, perché il dolore lo avvicina paradossalmente alla felicità, soprattutto alla possibilità di poterla apprezzare più a fondo.

“Non voglio vivere una vita in cui mi sia proibito di accedere alle sensazioni limbiche di timore, angoscia, senso di ignoto, vuoto, viltà, invidia, disprezzo, rancore e attrazione per il lato sbagliato delle cose: sensazioni a cui dovrebbe accedere ogni essere umano, se vuole ancora considerarsi tale”.

Un surreale rovesciamento di prospettive che mi ha affascinato e mi ha tenuto incollato alla storia, a tratti come fosse un giallo in cui non si vede l’ora di trovare un colpevole. Strambo,ironico, divertente, umanissimo, non vedo l’ora di riaprirlo e rileggere qualche pagina, senzaun piano preciso, a caso.

 

Musica: Lucky Man,The Verve