Un uomo solo, di Christopher Isherwood (Ed. Adelphi, pp. 148, trad. D. Villa, 2009)

 

11. un uomo solo

Adesso che deve amare. Adesso che deve vivere.

George è solo, George è straniero, George è omosessuale, George ha perso Jim. E quindi George è solo. 


«Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto, vivano assieme giorno per giorno, cucinino gomito a gomito sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti. Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio da bagno, 
continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l’uno contro il corpo dell’altro, per sbaglio o apposta, sensualmente, aggressivamente, maldestramente, impazientemente, in collera o in amore – immaginate che profonde ma invisibili tracce devono lasciarsi dietro ovunque! L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone che han fretta, con i piatti in mano, sono destinate a scontrarvisi di continuo. Ed è qui che, quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scala, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. E’ qui che si arresta di colpo, turbato dalla novità, e, come la prima volta, sa che Jim è morto. E’ morto».


Ed è vecchio, George.
«vecchio, nel nostro Paese del Mellifluo è diventata una parola sporca quasi come ebreo o negro»
Cosa resta da fare al mondo, ad un essere umano in questa situazione?
La sua giornata è scandita da eventi monotoni, rituali, sempre gli stessi.
La sveglia, la colazione, la lezione universitaria, stessi occhi che lo scrutano o lo evitano, il pranzo, la visita ad una persona malata, una volta nemica, oggi non più, oggi non ti resta nemmeno la rabbia, George. Una passeggiata in collina. La spesa al supermercato, la palestra. La visita alla tua cara amica. I drink, uno dietro l’altro. Alla fine l’inaspettato, un incontro con un giovane allievo, un finale di giornata che ti ricarica, che ti fa dire che è adesso che devi amare, adesso che devi vivere, ora. Il passato è inutile, il futuro non mi riguarda.

 

Particolare-Protagonista-spalle-Hopper-Nighthawks

Un linguaggio limato all’essenziale, freddo, scarnificato. Poi improvvisamente arriva questo flusso di pensieri ininterrotto e a volte ripetitivo. La storia sarebbe interessante, ma le divagazioni del protagonista sono troppo cervellotiche, troppo letterarie, i dialoghi tra le persone rasentano l’onirico, sembrano ognuno poco attento a ciò che l’altro sta dicendo, è come se Isherwood fosse concentrato sulle parole da usare, una lezione di letteratura, parole che lo portano a prendere una direzione troppo lontana dalla realtà. Mi sono trovato ad inseguire il significato, a chiedermi troppo spesso che cosa l’autore voleva dire. Troppe volte. Ho letto tanti commenti entusiastici, quindi capisco di non essere all’altezza di questo tipo di letteratura. Anche se ci sono diversi lampi di luce, innegabili anche per me. Ho atteso il decollo, non è mai arrivato. Questo piccolo libro mi ha colpito solo quando ha parlato della realtà, quando ha smesso di divagare. Mi ha colpito l’incipit, e tutta la parte iniziale, e mi ha colpito il finale.
Il finale contiene un lampo di vitalità e mi ha scosso un po’.
Una vitalità che risorge, dopo averla creduta sepolta per sempre.
Una voglia di lottare per la propria vita, per la propria felicità, che resiste ad ogni onda dell’oceano.

isherwood

Musica: Stormy weather, Etta James

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