Grande Madre Acqua, di Živko Čingo (#CasaSirio Editore, pp. 173, trad. Carolina Crespi e Jessica Puliero, 2018)

 

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Libro per me difficilissimo da leggere, e anche da interpretare.
Il tema è dolorosissimo.
Bambini abbandonati, anzi catturati come bestie selvatiche, bambini da rieducare, perché senza guida oppure perché la guida che avevano era considerata inadatta, malata, criminale. Bambini presi in mezzo alla politica, ad una cosa molto più grande di loro, nella Jugoslavia formatasi nel dopoguerra. Senza genitori, senza una patria, senza un passato e forse senza un futuro, perché quella che diventerà Macedonia è un posto che tutti rifiutano, tutti pensano che non esista o che abbia una collocazione diversa a seconda di chi la osservi, per i bulgari è Bulgaria dell’Ovest, per i serbi è una Serbia del Sud, per i greci non esiste proprio. Essere orfani nei Balcani è un trauma sociale, più che personale, come dice Marcoandrea Spinelli nella prefazione.
L’orfanotrofio non è una scuola. È una prigione. È un lager vero, circondato da un muro altissimo, invalicabile, che toglie il fiato, toglie la vista sulla speranza.

“Il muro circondava l’orfanotrofio come una gigantesca serpe che ti si avvinghia addosso, ti stringe con la coda e non ti lascia alcuna via di fuga” “A dire il vero, non c’era nulla che si potesse fare. Immagina di essere accerchiato da questo dannato muro e di non aver nessuna uscita; sei separato dal resto del mondo, sei braccato.”

È un mondo grigio da cui ti salvi solo se immagini il colore che ci sarà fuori di lì.
Il tempo non passa, il tempo è uguale a se stesso, ti uccide giorno dopo giorno, ti toglie l’innocenza, ti toglie il diritto di essere innocente.


“Non ho memoria di nessun altro luogo dove l’infanzia muoia così in fretta, dove la si sotterri tanto spietatamente. L’infanzia, il più bel fiore della vita, svaniva come un dente di leone appassito. Nessuno sapeva dove fossero sepolti i giorni dell’infanzia. Nei due, tre secoli trascorsi all’orfanotrofio ebbi la percezione di quanto stessimo invecchiando, mille anni o forse più.”

Lem e Keïten, arrivati lì soli come nessuno, si uniscono, si riconoscono, e insieme fanno argine alla paura e al dolore e ai soprusi e alle violenze fisiche che subiscono, Lem è introverso e impara da Keïten a sopravvivere grazie al sogno, all’immaginazione, alla fantasia, che da sempre è stata la salvezza di ogni bambino di fronte alla cattiveria del
mondo, l’unica fiammella a cui riscaldarsi di fronte al gelo della mancanza di affetto.
Ci si difende solo con la capacità di isolarsi, il sogno che è più forte delle botte, degli schiaffi, dei pugni.

“Keiten non ascoltava, se n’era già andato lontano, in uno dei suoi viaggi, le labbra sottili che tremavano come una farfalla appena nata, era come se si fosse posata sulle sue labbra, gli occhi erano pieni di luce.”

Lem impara a percepire la salvezza, che è rappresentata da quel grande lago al di là del muro, la Grande Madre Acqua, che non li abbandona mai, che li aspetterà sempre.
Ripeto, libro molto difficile per me, troppo onirico, troppo lirico, brani che ho dovuto rileggere più volte perché non capivo. Evidentemente troppo dolore, narrato in un modo che mi ha messo in difficoltà. La paura, l’angoscia, dominano. La scrittura è nel contempo dolce, perché parla con la voce dei bambini, e terribile, durissima, sembra un unico immenso incubo, pieno di immagini in sequenza, che sono l’immaginazione dei bambini che cerca un rifugio qualsiasi dall’orrore e dalla paura. I traumi subìti dai bambini sono un tema veramente duro da trattare, ma anche da digerire.

 

Musica: La nuit – Goran Bregovic

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