Mio fratello, di Daniel Pennac (Ed. Feltrinelli, pp. 121, 2018)

Jpeg

Daniel e Bernard, due fratelli.
Bernard il maggiore, il prediletto dalla famiglia, quello che si stava sempre ad ascoltare, quello che sapeva cosa dire e cosa non dire e come farlo, bene. Bernard scompare. E Daniel improvvisamente cadeva. Improvvisamente si accorge che gli mancano le fondamenta. Daniel cade psicologicamente e fisicamente, cade ovunque, “ho perso l’uso del corpo, dice:

“A Parigi ho rischiato più volte di finire sotto una macchina e mi sono fatto prendere a botte nella metropolitana, sono caduto da una scarpata, ho fatto un testacoda e sono finito con il muso dell’auto sopra un burrone. E non ho avuto paura. Né sul momento né ripensandoci. Per riprendere in mano la situazione, mi sono detto che avrei scritto qualcosa su di lui. Su di noi.”

Ma Daniel Pennac si accorge che la sua mente è bloccata. Il dolore è troppo invasivo, non gli permette di mettere su carta i ricordi, che pure sono tanti, che spesso ti cingono alle spalle senza preavviso, e ti ritrovi a fischiare per chiamare un taxi solo perché con tuo fratello era così che vi chiamavate, te lo ha insegnato lui. E ti ritrovi a girare il cucchiaino nella tazzina di caffè e a fermarti di colpo, sognante, esattamente quello che faceva lui, nello stesso identico modo suo, con lo stesso ritmo, la stessa sonorità.
Sei tuo fratello morto che gira il cucchiaino nel caffè.
La tua voce è uguale alla sua, tuo nipote ti scambia per lui.
Passano dieci anni, prima che Daniel Pennac riesca a trovare il modo per omaggiare suo fratello con la scrittura. E lo fa con l’aiuto di un parallelismo letterario, è Melville con il suo scrivano Bartleby, ad aiutarlo. Bernard era come Bartleby. Rifiutava gli orpelli, le cose inutili della vita.
“Evitiamo di aggravare l’entropia”, questo era il suo motto.
Come Bartleby evitava di infilarsi in discorsi pleonastici, in tutto quello che non serviva. Ma non con fare antipatico o saccente, Bernard era un uomo dotato di un’ironia straordinaria.
Preferirei di no. Preferirei non dilungarmi, preferirei badare al sodo, all’essenza della vita, a non dover star sempre a spiegare che cosa provo e il perché lo provo. Ho voglia di essere leggero, spesso impalpabile, ma non invisibile, voglio essere importante ma senza disturbare nessuno. Una grande lezione, con gli occhi di oggi. Una famiglia in cui si era abituati a fare battute per evitare di parlare di sé.


“Parlavamo soltanto a proposito di quello che c’era da dire. Spesso commentando i libri che leggevamo. La letteratura ci fungeva da terreno comune”.


Capirsi con uno sguardo, anzi senza nemmeno guardarsi, il silenzio che dice tutto. Undici anni a dividere la stessa camera, milioni di partite a scacchi ma solo 3 o 4 segreti condivisi. Persone per cui la parola ha voluto dire tutto, nella vita, e che tra di loro veniva centellinata.
Ma il volersi bene è fatto di cose talvolta inspiegabili. E quando ci si perde di vista, basta un fischio per sapere dov’è l’altro e correre da lui.
Un libro di una delicatezza incredibile. Ma nemmeno tanto, conoscendo l’autore, un maestro di delicatezza, così come di ironia. Un libro fatto di un grande amore, fondamentalmente questo è un libro di amore puro, tanto tenero quanto potente.

 

Musica: Someone like you, Van Morrison                                                 

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