25 Aprile

“I sogni dei partigiani sono rari e corti, sogni nati dalle notti di fame, legati alla storia del cibo sempre poco e da dividere in tanti: sogni di pezzi di pane morsicati e poi chiusi in un cassetto. I cani randagi devono fare sogni simili, d’ossa rosicchiate e nascoste sottoterra. Solo quando lo stomaco è pieno, il fuoco è acceso, e non s’è camminato troppo durante il giorno, ci si può permettere di sognare una donna nuda e ci si sveglia al mattino sgombri e spumanti, con una letizia come d’ancore salpate”.

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono”.

“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”.

Bisognava e bisogna leggere Calvino, per avvicinarsi il più possibile a cosa è stata la Resistenza. Senza bisogno di dibattiti, convegni, congressi. Le parole più belle e chiare le ha scritte lui.

Giornata mondiale del Libro

“Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”  Franz Kafka

“Scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali”.  Francis Scott Fitzgerald

“Chi accumula libri accumula desideri; e chi ha molti desideri è molto giovane, anche a ottant’anni.” Ugo Ojetti

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.” Gustave Flaubert

“Sono cresciuto in mezzo ai libri, facendomi amici invisibili tra le pagine polverose di cui ho ancora l’odore sulle mani”. Carlos Ruiz Zafon

“Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere…” Gabriel García Márquez

“I libri non resuscitano i morti e non fanno di un idiota un uomo capace di ragionare, né di uno stupido un individuo intelligente. Aguzzano lo spirito, lo destano, lo affinano e appagano la sua sete di conoscenza … Grazie al libro puoi apprendere nello spazio di un mese quello che un’eternità non ti consentirebbe di apprendere dalla labbra di un sapiente e questo senza farti contrarre debiti di sapere. Ti libera dall’imbarazzo, ti solleva dalla necessità di frequentare persone odiose e di avere rapporti con individui stupidi e incapaci di comprendere.  Ti obbedisce di giorno come di notte, tanto in viaggio quanto nei periodi in cui sei sedentario.  Se cadi in disgrazia, non per questo il libro rinuncia a servirti, se venti contrari soffiano contro di te, non ti si rivolta contro. Accade talvolta che il libro sia superiore al suo autore…”.

(Da “Il teorema del pappagallo”, di  Guedj Denis)

Per noi è festa ogni giorno, ma comunque buona giornata mondiale del Libro!

Lucky, di Alice Sebold (Edizioni E/O, 2018, pp. 320, trad. Chiara Valeria Letizia)

Stupro.

Non ci si può girare intorno, non si può edulcorare. La Sebold non lo fa, non ha la minima intenzione di farlo, colpisce diretta, senza giri di parole, scrive in maniera chirurgica di se stessa e di tutto quello che ha dovuto subire, lei è la vittima, lei ha patito, lei è morta dentro in quel momento e sempre lei, da sola, ha provato a venirne fuori, e la prima mossa, il primo passo per farlo, è stato quello di dare una definizione alla cosa, l’unica possibile.

“Nessuno ti può tirare fuori da nulla. O ti salvi da sola, o non ti salvi.”

Autobiografia, inchiesta, indagine psicologica, c’è di tutto. Soprattutto c’è un incommensurabile dolore, che costringe a tirar fuori unghie e denti per sopravvivere, per farsi accettare di nuovo da tutti, compresi i tuoi genitori, perché davvero sei sola, dopo uno stupro subito, lo capisci anche dagli sguardi. La vera lotta della Sebold è far capire di essere vittima, una lotta durata anni, probabilmente tutta la vita. Non bastano le prove evidenti, la gente ti indica, ti scansa, ti compatisce come se avessi comunque commesso un errore tu. Una lotta partita un secondo dopo la violenza, proseguita durante un processo che, nonostante le evidenti prove, costringe la vittima a dimostrare al mondo di essere davvero vittima e non, in qualche modo, colpevole. E lo vediamo ogni giorno, questo ribaltamento della realtà. Il romanzo è il racconto di un incubo nerissimo, una galleria buia che ti artiglia e non vuole restituirti alla luce. Ho letto le pagine in cui descrive la violenza subìta fermandomi più volte, mi sono scoperto anche a coprire le righe con le dita, o a guardare in alto più volte, interrompendo la lettura…non posso avere idea di quello che ha sofferto, ma lei lo ha descritto in modo mirabile. Ma le vere riflessioni le scatena dopo, quando descrive la sua vita seguente, dopo quella morte psicologica nasce un’altra persona, staccata dal mondo, e che nel mondo deve e cerca di rientrare e di esserne accettata, accolta.

“Dopo la pubblicazione di Lucky, quando la mia storia divenne di pubblico dominio, e soprattutto dopo l’uscita di Amabili resti, cominciai a entrare in contatto con uomini e donne, ragazze e ragazzi, che erano stati violentati o molestati, e rimasi travolta dai loro racconti e dall’enorme quantità di lettere che ricevevo, contenenti resoconti dettagliati di stupri e incesti. Senza volerlo, avevo creato uno spazio in cui chi aveva subìto una violenza sessuale poteva raccontare la propria storia. E per molti io ero la prima persona a cui l’avessero mai raccontato. Le rivelazioni affrettate durante le code per gli autografi, le lunghe, fittissime lettere battute a macchina e, forse perfino più toccanti, le calligrafie ancora infantili sui fogli a righe contenevano spesso la frase: «Quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te». Eppure i racconti di abusi sessuali che seguivano mi parevano spesso molto più tremendi della mia vicenda. Ricevetti un numero scioccante di lettere da parte di ragazze e ragazzi abusati da familiari, convinti che a me fosse accaduto di peggio perché ero stata violentata da uno sconosciuto. Un’ulteriore prova, nel caso ce ne fosse bisogno, di come uno stupratore può violentare non solo il corpo ma anche la mente. Ora capisco che “quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te” fa parte di un modello di pensiero che entra in azione negli istanti immediatamente successivi all’aggressione. Se ti spingono a fondo sott’acqua fai qualunque cosa pur di tornare in superficie e inspirare più aria che puoi per sopravvivere. Compreso sminuire o attenuare la gravità dell’esperienza subìta per prendere le distanze dall’orrore e, in alcuni casi, dall’aver rischiato la morte. La polizia disse che ero stata fortunata perché non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento che fosse successo a me e non a mia sorella perché secondo lui io ero più forte. Ed ecco un’altra frase ricorrente: «Sono contento che mi sia capitato perché altrimenti non sarei la persona che sono oggi». Questa è un’affermazione comune tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che sono rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta anch’io. L’amara verità è questa: se potessi avere una gomma magica e cancellare quella notte del 1981, lo farei in un batter d’occhio, e se potessi dire a qualunque ragazza o ragazzo violentato da un parente che rispetto a lui o a lei sono stata davvero fortunata, lo avrei già fatto. Ma tutto ciò che potevo fare era scrivere un libro e raccontare una singola storia.Sfortunatamente non c’è modo di ricominciare daccapo, e dopo essersi salvati la sfida più grande rimane vivere con la consapevolezza della vita che ti hanno sottratto.”

Musica: Why Does My Heart Feel So Bad? – Moby

Il giardino dei Finzi Contini, di Giorgio Bassani (1962, Einaudi, pp. 293)

Un romanzo che con una mano delicata ci conduce dall’infanzia alla vecchiaia, dall’amore alla morte. È un romanzo dove la Morte staziona senza agitarsi, lo sai che c’è, lo sai che ti attende, è una presenza che non puoi evitare. Lo sai dal principio del romanzo. Elegantissimo, profondo, protagonisti delineati, tratteggiati con accurata precisione. L’orrore del nazifascismo è una nube scura che incombe al di fuori del cancello di questo bellissimo giardino accogliente, lasciando i personaggi a vivere e a crescere, a sognare, a illudersi e a disperarsi, una prigione dorata dalla quale si uscirà, ma rimettendoci la vita. Sono ragazzi ebrei, ragazzi come siamo stati noi, che volevano solo sognare, vivere in pace, partecipare alla vita, dalla quale invece gli è stato ordinato di stare lontani. Ognuno di noi ha avuto un luogo in gioventù dove ha sognato e ha spesso potuto rifugiarsi ad immaginare un mondo migliore di quello che poi ha scoperto essere, un luogo simile a questo giardino, utile a trattenere il più possibile la Morte lontana, un luogo dove giocare, parlare, discutere di politica, restando ignari, consapevolmente o inconsapevolmente, di ciò che la Storia sta decidendo, sperando che quella nube non sia così scura come tutti dicono…un luogo dove coltivare l’amicizia, dove i ceti sociali annullano le loro differenze, e anche un luogo dove sognare l’amore, ma anche l’amore alla fine “è roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda”… e poi alla fine arriva un padre amorevole e protettivo, che quando ti vede trafitto dal dolore per un amore irraggiungibile ti dice che “Nella vita, se uno vuole capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e resuscitare. Capire da vecchi è brutto, molto più brutto, come si fa? non c’è più tempo per ricominciare da zero”.
E capirai che quella nube scura era il vero Male, quello che non fa sconti, che non perdona, un gas malefico che ti stringe la gola e spegne i tuoi sogni. E, se ti salvi, non puoi dimenticare. 

Sfrattati, di Matthew Desmond (Ed. La Nave di Teseo, pp. 624, trad. Alberto Cristofori, 2018)

Sicuramente uno dei libri più interessanti che abbia letto negli ultimi dieci anni.
Saggio accademico e romanzo insieme, insieme alle fredde cifre esiste il caldo delle vite altrui, pulsanti di sofferenza, la sofferenza di chi perde la casa, viene sfrattato, il tema è questo e il titolo non ammette confusioni. Statistica, che diventa lacrima. La casa per tutto il mondo, ma anche e soprattutto per il sogno americano, è la vita, è l’obiettivo primario. Questo libro è frutto dell’inchiesta dell’autore, che per diciotto mesi ha vissuto con queste famiglie che hanno visto sparire questo obiettivo, per la precisione ci sono otto storie di famiglie e persone coinvolte in questa emergenza. La casa è un obiettivo che, quando lo perdi, puoi perdere tutto il resto che conta, come l lavoro, l’istruzione per i tuoi figli, la sicurezza, perché il continuo cambiar casa impedisce la formazione di rapporti interpersonali di quartiere, impedisce che si creino reti di fratellanza tra vicini, e per converso ti porta a vivere in zone sempre meno sicure. Danni materiali, danni psicologici, arriva, con la povertà, la vergogna, la fame, l’impossibilità di essere curato, la difficoltà di mantenere i rapporti sentimentali e di tenere unita la tua stessa famiglia, in contesti che spesso sfociano in violenza, dove lo Stato non aiuta ma reprime e punisce senza alcuna comprensione. Questo libro, personalmente, mi ha aperto un mondo che non conoscevo, qui viene analizzata la situazione di Milwaukee, una città conosciuta da me essenzialmente come sede del telefilm Happy Days, ma che, pur non essendo Los Angeles, San Francisco o New York, ben rappresenta la media delle città americane, dove spesso la realtà industriale è andata in pezzi lasciando macerie fisiche e umane. A Milwaukee vengono eseguiti 16 sfratti al giorno e sedicimila persone all’anno vengono messe sulla strada. La casa è una partita dove si gioca in due, il padrone di casa e l’affittuario, ma sembra che solo i diritti del primo, i diritti di guadagno, il business, vengano difesi e mai messi in discussione.
Uno studioso e giornalista che ha deciso non solo di scendere in campo per fare resoconto e cronaca, ma che si è messo in testa di aiutare a cambiare questo stato di cose, che vede in tutto il mondo una crescita abnorme del costo di un’abitazione, proponendo soluzioni possibili come i voucher per l’affitto, uniti alla rappresentanza legale per gli sfrattati. Questo mastodontico lavoro riguarda gli anni 2008-2009, ed è stato pubblicato dieci anni dopo, il Pulitzer è del 2017, ma comunque non è questo ciò che conta davvero, da questo libro è uscito un database di otto milioni di sfratti da cui sembra essere partito un cambiamento nelle politiche sul tema, sicuramente non ancora sufficiente. Vedremo.

Musica: This hard Land, Bruce Springsteen


Archivio dei bambini perduti, di Valeria Luiselli (Ed. La Nuova Frontiera, trad. Tommaso Pincio, pp. 448, 2019)

Non è riuscito a conquistarmi.
Romanzo complesso, complicato, difficile da leggere per molti tratti, seppur scritto molto bene.
Il tema dovrebbe essere un resoconto delle traversie dei bambini che hanno voluto raggiungere e superare il confine con gli Stati Uniti, invece, essenzialmente, è la storia di una famiglia , le sue dinamiche interne, un viaggio che deve rigenerare, riunire, e finisce invece con il disarticolare maggiormente, un amore che finisce, ammesso fosse cominciato. I due bambini sono delineati bene, i due adulti molto meno, soprattutto il marito, quasi evanescente. E tra la componente adulta e quella infantile si avverte un distacco emotivo e mentale che fa risultare il tutto molto spesso sgradevole.
Il loro viaggio procede in parallelo a quello dei bambini messicani, fino a mescolarsi in una narrazione prettamente onirica. Idea che poteva essere suggestiva, ma per me il romanzo ha perso cuore e anima, non mi è arrivato a livello empatico e sentimentale se non per brevi tratti. Troppo archivio, troppi scatoloni, troppe mappe, troppe storie sovrapposte e alla fine ho perso di vista le persone, qui dentro. Ibrido, troppo ibrida la costruzione tra realtà e teoria, tra romanzo e saggio, documenti scritti e racconto di memoria, troppo, per tenermi incollato e appassionato.

Can You Hear Me, Major Tom? No, non ci sono riuscito, troppi disturbi.

Musica: Space Oddity, David Bowie


La figlia unica, di Guadalupe Nettel (Ed. La Nuova Frontiera, pp. 213, trad. di Federica Niola, 2020)

Ci sono romanzi che fin dalle prime righe ti “tirano dentro” e non ti mollano, e hai subito la sensazione che non li vorrai mollare fino alla fine. Scritto con grandissima delicatezza ed eleganza, tratta sì della maternità e di cosa accade nella vita di una donna che decide di divenire madre, ma va oltre. È un romanzo che vuole scardinare tradizioni e convinzioni, che parla di sentimenti, delle difficoltà e dei dolori che la vita ci para di fronte e di tutte le nostre scappatoie e deviazioni e strategie per evitarli o superarli, delle amicizie messe alla prova, della solidarietà, dell’aiuto reciproco, di adulti e di bambini, di uomini ma soprattutto di donne che si cercano, si allontanano ma poi si ritrovano, perché essenzialmente è un romanzo d’amore, e l’amore ti spinge a fare lo sforzo per resistere, trovare un accordo, ritrovarsi e andare avanti. Mi pare, anzi voglio vederci un auspicio per un anno diverso, essendo la prima lettura di questo anno nuovo, e che spero tanto sia davvero nuovo.

Musica: Hit the Road Jack, Ray Charles


Tu, sanguinosa infanzia, di Michele Mari (Ed. Mondadori, 135 pp., 1997)

Undici racconti che conducono a ritroso verso le origini, dell’autore ma in parte anche nostre, non ci si può ritrovare nel modo di raccontarle, perché la cultura, l’eleganza, lo stile aulico, arzigogolato e difficilissimo di Mari non è roba per tutti, tantomeno per me, ma comunque siamo là anche noi, alcune situazioni descritte arrivano come uno schiaffo improvviso e siamo di nuovo dove tutto è cominciato. Infanzia, il ritorno alle origini, tramite ricordi che non sono tutti straordinari, bellissimi, felici, perché tutte le infanzie sono state costellate di ansia, dolore, paure, e appunto sanguinosi, ma eravamo come inesperti astronauti che per primi toccavano un suolo sconosciuto, dove tutto era da scoprire e tutte le reazioni erano sincere, senza i filtri dell’età adulta. Quando i primi fumetti, le prime letture ti guidavano verso sensazioni e anche abissi sconosciuti, anche una singola copertina ti smuoveva animo e fisico. Libri, giornalini, giocattoli, genitori, le lacrime trattenute, i silenzi pieni di timore reverenziale verso padri austeri, monumentali, ma poi bastava uno sguardo carico di luce speciale e ti sentivi suo pari, le prime gelosie, quel sentirsi straniero in mezzo ai coetanei, i primi amori, il passaggio doloroso e rabbioso all’adolescenza e poi via, verso gli adulti, l’infanzia messa in soffitta. Ma non ci si dimentica mai, bastano due parole, un fumetto tra le mani, due parole scambiate con un altro vecchio e ripartono i ricordi, perché alla fine “Non c’è stato molt’altro, nella vita. / No, è quasi tutto laggiù”.

Musica: Le rane, Baustelle


La suora giovane, di Giovanni Arpino (Ed. Einaudi, pp. 139, 1959)

Un romanzo così breve..lo leggi in poco tempo, perché dal suo incipit capisci che ti sarà difficile staccartene.
Una delicatezza rara, rarissima, la scrittura di un cesellatore leggero, ma preciso al millimetro, e il cesello che affonda, profondo, fino a far male all’anima di chi legge.
Un romanzo fatto di silenzi interminabili, di parole scelte con cura, con sullo sfondo una Torino umida, nebbiosa, con le sue atmosfere notturne rarefatte, inconfondibili, ci si ritrova perfettamente in quelle linee squadrate, a quelle fermate del tram, come sospesi nel tempo.
Capace di descrivere i sentimenti, i sogni, le ambiguità delle persone, quella zona di equilibrio che faticosamente si raggiunge nella vita, ma un equilibrio spesso precario, instabile, come camminare su “strati di lana” e sotto il nulla. “La maledetta prudenza che ci fa inciampare ad ogni passo”.
Una vita nella solitudine, due vite nella solitudine, dove i pensieri si annodano, le azioni, i gesti sono ripetuti ogni giorno, dove questa ritualità serve per evitare di fare bilanci, vite non vissute ma guidate da altri, senza mordente, senza passione. Tanti sforzi per far parte del mondo per poi capire con dolore immenso di esserne fuori.


“La vita è corsa via senza lasciarmi niente di vero. Mi sono sempre nascosto.”

E poi arriva l’amore, mirabilmente descritto, Perché non è gioia pura, l’amore, è anche sofferenza, è restare senza forze, è trascinarsi sul letto pieno di dolori, quando la gioia affiora “è mille dolori, mille piaghe”.
Il Po, col suo “fiato gelido” che manda “frange di nebbia contro i rami degli alberi, i fanali sono aureolati da un fumo cangiante, le auto ammiccano da lontano. Ecco la pedana del tram, ecco lei”.
L’amore è “lei, che in qualche punto della città, forse per strada, e parla, e mi pensa. Già questa immagine basta a riempirmi, mi dà frenesia, e insieme una lunga stanchezza, uno spossamento da malato”.
“Non sapevo che in un uomo esistesse tutto questo, che si è di sedici come di quarant’anni, sempre.”
Ma non bastano due anime affini, non bastano nemmeno due solitudini che si incontrano, occorre il coraggio per fare il passo decisivo, quello che serve a nutrire l’amore, la vita, il futuro insieme.
Amore è scintilla che divampa, e bisogna avere il coraggio di andargli incontro, al fuoco, gestirlo, domarlo, farsi trascinare nell’incerto futuro e abbandonare il presente, quieto, rassicurante, ma senza speranze.

Musica: Un giorno dopo l’altro, Luigi Tenco