Zebio Còtal, di Guido Cavani (#Readerforblind, 2021-prima edizione 1961- pp.256)

Che romanzo, che scrittura.
Asciutto, secco come la terra contadina che descrive, con il genere umano descritto in modo minuzioso e che vive parallelamente ad una natura sempre e costantemente presente, che sempre accompagna stati d’animo e vicende dei personaggi. Un rapporto ambivalente, di comprensione e di lotta. Un romanzo che non sembra contenere pietà per nessuno. Zebio è un uomo basso, tarchiato, arcigno, un uomo fatto “della stessa razza dei lupi”. Placida, sua moglie, una donna votata al sacrificio, una madre buona, l’unica capace di catalizzare amore, l’amore dei sei figli. Tante bocche da sfamare, troppe, per Zebio i figli sono solo un problema, non una soluzione. Bisogna spaccarsi la schiena, con la convinzione però che sia tutto vano:

«Tirare, tirare sempre, con la frusta alle reni; farsi rodere dalla strada e senza mai arrivare a capire perché, per vivere, si debba sopportare tanta fatica»

Non trovare il motivo per cui andare avanti così, nella miseria, per coltivare un campo che invece di grano, come premio di tanta fatica, restituisce gramigna.

“Il grano ci veniva su a stento; la pioggia lo spiantava, il vento lo torceva in tutti i sensi, il sole lo strinava, senza lasciarlo maturare. Anche le patate allignavano alla meglio.”

La vita è un tunnel buio, anche la casa di questa famiglia risponde a questa descrizione
“era una bicocca di sassi, dal tetto convesso e dalle finestre buie; pareva che tutto quel sole che batteva contro i suoi muri non riuscisse ad entrare nelle stanze.”

Zebio è un tiranno che ordina, urla, picchia, con una cinta borchiata. A suo modo, un eroe, o un antieroe, avvelenato dalla vita, dalla rabbia, che sfoga con alcol e botte, in un circolo vizioso che non sembra poter aver termine. La sua è una lotta impavida col destino, bisogna sempre andare avanti, senza mai fermarsi, e la rabbia cresce, non gli fa sopportare nemmeno la sua figura
“Camminava in fretta sui grossi ciottoli della strada, lungo la quale, qua e là, rassodava al sole lo sterco dei bovini, e i tritumi di paglia lucevano come pagliuzze d’oro; e mentre andava, continuava a pestare rabbiosamente la sua ombra che gli ballava tra i piedi come per farlo inciampare.”
Tutto congiura contro di lui, gli uomini, Dio, il destino.

Gli uomini sono cattivi, la Natura li ripaga con la stessa moneta:
“Le piccole case di sasso apparivano seminascoste fra le siepi selvatiche di rovo che circondavano gli orti e fra i pochi alberi intristiti dalla troppa vicinanza con gli uomini.”

Ma non esiste solo il Male, esiste anche un amore che lotta, quello di sua moglie e dei suoi figli. Zuello, spedito lontano a lavorare, una bocca in meno, e poi scacciato, Zuello che fa ritorno a casa e l’amore per il suo luogo di nascita è più forte della sofferenza che ha patito per quel padre dal cuore così avvizzito. Ma, alla fine, solo la Morte può donare pace a chi soffre, la Morte che è presente dalla prima pagina e non lascerà mai questo romanzo. Una Morte che non è solo un pensiero per chi si sente sconfitto, ma anche la speranza di salvezza, l’unica che potrebbe offrire un posto migliore in cui vivere. La morte sembra essere l’unico destino possibile di tanto patire, ma non sarà l’unico. Ognuno farà la propria strada, ma ci sarà chi manterrà la compassione nel proprio cuore, anche se sarà una compassione inutile, senza sbocco.
Libro commovente, terribile, che ti spacca il cuore. Personaggi scolpiti nella pietra, Zebio un uomo elegia della Solitudine, un personaggio da vecchio West, siamo nell’Appennino modenese ma sembra di essere nei luoghi di Faulkner o di Steinbeck. Per me è sicuramente un capolavoro, mentalmente ho sottolineato decine di passaggi, decine di descrizioni. Non conoscevo minimamente né romanzo né autore, ho letto che Pasolini aveva amato questo libro, e posso capirne abbastanza bene il motivo. Grato a questa casa editrice per averlo riscoperto.
Il miglior libro del mio anno, per distacco.

Musica: Pane e castagne, Francesco De Gregori


Sedici parole, di Nava Ebrahimi (Ed. Keller, pp.330, 2020,(prima pubbl. 2017) trad. Angela Lorenzini)

Sedici parole nella tua lingua, ma che non è più la tua. Il tuo Paese, l’Iran, ma tu ora sei in Germania. Il romanzo è molto lento, spesso ripetitivo. Non mi ha trascinato tanto per come è scritto, ma per il tema trattato. Perché parla di tutto il mondo, alla fine. Non solo di chi fugge dalla propria patria perché inseguito da guerra e fame, o da un lavoro che non c’è, o spinto dalla ricerca di una vita migliore, dalla ricerca della libertà, come tantissimi profughi vivono sulla loro pelle, ma parla anche in generale di chi non ha ancora trovato il proprio ruolo, sul palcoscenico dell’esistenza, chi ama e non è riamato, chi non sa amare ancora, chi ha sbagliato e vuole ripartire dimenticando gli errori ma facendone tesoro, chi si trova sospeso in un limbo e non appartiene a niente e a nessuno, insomma tutti quelli che cercano se stessi prima ancora che una possibile felicità materiale. Il libro non resterà tra i miei libri del cuore, ma fa pensare tanto, intriso completamente in un secchio di malinconia densissima.

Musica: Mohsen Yeganeh – Behet Ghol Midam

Novecento, di Alessandro Baricco (Ed.Feltrinelli, pp.64, 1994)

Riletto, su spinta di una sfida letteraria, a qualcosa servono, le sfide.

Baricco è un incantatore, e qui sfrutta al massimo le sue doti. Teatro, cinema, musica e poesia, tutto in una volta.
Parole, musica, onde del mare, metafora della nostra esistenza, quando spesso ci si rifugia e si tenta di fuggire dalla vita, si fanno due passi ma poi si torna indietro, indisponibili a scambiare un luogo certo per uno incerto, che non offre garanzie. Ma la vita, alla fine, ti trova, puoi nasconderti quanto vuoi ma arriva il momento in cui dovrai pagare il tuo conto e commettere gli errori che hai sempre evitato di commettere. Novecento no, non si è fatto trovare. Ha preferito scegliere di rinunciare ai doni che potevano arrivargli, ha preferito continuare ad essere il Capitano della sua nave, Capitano di sé stesso e delle sue passioni, a non farsi dettare lo spartito da nessun altro, per continuare a suonare una Musica solo sua, tutta sua, senza compromessi, incantando i suoi desideri. E nello tempo è la dichiarazione di resa, di impotenza, come essere umano, capace di suonare solo quei meravigliosi 88 tasti e non i milioni che il mondo intero richiede, che la vita, chiede. Incompatibile con la vita altrui, con la musica altrui.

“Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo, come fate voialtri laggiù a sceglierne una.
A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire.
Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…”

Piccolo, grande poetico capolavoro di Baricco, che ci fa stare in balia ipnotica e malinconica delle onde, marine e sonore. Sessanta pagine lette trattenendo il fiato. Piccola grande magia ben riuscita.

Musica: Keith Emerson – Honky Tonk Train Blues

Le gratitudini, di Delphine de Vigan (Ed. Einaudi, trad. Margherita Botto, pp.160, 2020).

Questo piccolo libro è un gioiello. Ti ritrovi dentro la scena, sembri partecipe, protagonista anche tu, è un libro in cui contano anche i silenzi e gli sguardi, che tu lettore sembri percepire con esattezza. Ti ricorda che cosa può significare essere umani. Scritto con una piuma che scava una crepa.
L’anziana protagonista perde via via le parole. La narratrice le trova e le incastona con una delicatezza rara, rarissima, fino a comporre questo elegante, delicato e commovente racconto. Sono rimasto coinvolto dalle prime righe ed è stato difficile smettere di leggere. Per qualche ora ho dimenticato pandemie e vita reale, ma nello stesso tempo questo libro ti costringe a riflettere mille volte sulla vita, sugli affetti, sulle cose che abbiamo detto e sulle tante ancora che teniamo per noi e non riusciamo a dire. Questo libro parla delle nostre vite, del nostro essere deboli, fragili, del nostro quotidiano indietreggiare di fronte alla vita che sembra tenderci tranelli ma che noi continuiamo ad amare, dei ricordi che arrivano, di quelli che ritornano, di quanto sia importante la cura dell’altro e del pronunciare la parola grazie senza sprecarla, della paura di morire e della consapevolezza che quel momento si avvicina. Nonostante il tempo che non sembra darci la possibilità di chiudere cerchi e conti, noi ci proviamo, fino alla fine. È un grande insegnamento, una delicata e commovente carezza al cuore, a cui credo penserò spesso.

Musica: Thank U, Alanis Morrisette

Le intermittenze della morte, José Saramago (2005- Ed. Feltrinelli, 2013, trad. Rita Desti, pp. 224)

Saramago, sempre lui, non cambia. Il solito “vizio” di stupire con questa prosa logorroica, senza virgole, senza punti, un fiume di pensiero ininterrotto, dialoghi che diventano un unico lungo monologo. L’espediente iniziale originale, unico. Una volta è l’epidemia di cecità, un’altra può essere la scoperta di un sosia, stavolta lo sciopero indetto dalla Morte. Incipit che non si dimenticano, stile di scrittura che può risultare largamente indigesto per molti, ma che, in qualche modo, ti tiene lì. Il “vizio” di mettere sotto accusa la politica, il capitalismo, il modo di vivere conseguente. Il vizio di raccontare le debolezze degli uomini attraverso l’iperbole, il paradosso che scompagina le vite di tutti, le vite tranquille di tutti, dove la tranquillità somiglia spesso alla mediocrità, supina accettazione di un destino stabilito da altri, più in alto, che siano la politica o la religione, ma alla fine, quando l’evento clamoroso e surreale arriva, finisce per dimostrare l’incapacità di gestirlo da parte di tutti, nessuno escluso. L’assenza della morte improvvisamente tutti ci livella in una gioia apparentemente duratura, ma, alla fine, tutti di nuovo reagiremo mostrando le nostre personali incapacità, le nostre personali debolezze e vergognose mancanze e miserie umane. Il potere, temporale e spirituale, si riassesta, ipocritamente, per non perdere il suo status, la gente comune si riassesta per poter sopravvivere. Non ha pietà di nessuno, Saramago. Nè dei potenti né degli umili, attraverso la risata, l’ironia, il surreale, ci mostra la nostra inevitabile caduta. Nemmeno la Morte si salva dalla debolezza personale, anche la Morte cade. Ma nello stesso tempo, cadendo tra i mortali, insegna loro a godere degli attimi irripetibili che la vita offre loro.

Musica:Bach, cello Suite n.6, M. Rostropovich

25 Aprile

“I sogni dei partigiani sono rari e corti, sogni nati dalle notti di fame, legati alla storia del cibo sempre poco e da dividere in tanti: sogni di pezzi di pane morsicati e poi chiusi in un cassetto. I cani randagi devono fare sogni simili, d’ossa rosicchiate e nascoste sottoterra. Solo quando lo stomaco è pieno, il fuoco è acceso, e non s’è camminato troppo durante il giorno, ci si può permettere di sognare una donna nuda e ci si sveglia al mattino sgombri e spumanti, con una letizia come d’ancore salpate”.

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono”.

“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”.

Bisognava e bisogna leggere Calvino, per avvicinarsi il più possibile a cosa è stata la Resistenza. Senza bisogno di dibattiti, convegni, congressi. Le parole più belle e chiare le ha scritte lui.

Giornata mondiale del Libro

“Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”  Franz Kafka

“Scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali”.  Francis Scott Fitzgerald

“Chi accumula libri accumula desideri; e chi ha molti desideri è molto giovane, anche a ottant’anni.” Ugo Ojetti

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.” Gustave Flaubert

“Sono cresciuto in mezzo ai libri, facendomi amici invisibili tra le pagine polverose di cui ho ancora l’odore sulle mani”. Carlos Ruiz Zafon

“Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere…” Gabriel García Márquez

“I libri non resuscitano i morti e non fanno di un idiota un uomo capace di ragionare, né di uno stupido un individuo intelligente. Aguzzano lo spirito, lo destano, lo affinano e appagano la sua sete di conoscenza … Grazie al libro puoi apprendere nello spazio di un mese quello che un’eternità non ti consentirebbe di apprendere dalla labbra di un sapiente e questo senza farti contrarre debiti di sapere. Ti libera dall’imbarazzo, ti solleva dalla necessità di frequentare persone odiose e di avere rapporti con individui stupidi e incapaci di comprendere.  Ti obbedisce di giorno come di notte, tanto in viaggio quanto nei periodi in cui sei sedentario.  Se cadi in disgrazia, non per questo il libro rinuncia a servirti, se venti contrari soffiano contro di te, non ti si rivolta contro. Accade talvolta che il libro sia superiore al suo autore…”.

(Da “Il teorema del pappagallo”, di  Guedj Denis)

Per noi è festa ogni giorno, ma comunque buona giornata mondiale del Libro!

Lucky, di Alice Sebold (Edizioni E/O, 2018, pp. 320, trad. Chiara Valeria Letizia)

Stupro.

Non ci si può girare intorno, non si può edulcorare. La Sebold non lo fa, non ha la minima intenzione di farlo, colpisce diretta, senza giri di parole, scrive in maniera chirurgica di se stessa e di tutto quello che ha dovuto subire, lei è la vittima, lei ha patito, lei è morta dentro in quel momento e sempre lei, da sola, ha provato a venirne fuori, e la prima mossa, il primo passo per farlo, è stato quello di dare una definizione alla cosa, l’unica possibile.

“Nessuno ti può tirare fuori da nulla. O ti salvi da sola, o non ti salvi.”

Autobiografia, inchiesta, indagine psicologica, c’è di tutto. Soprattutto c’è un incommensurabile dolore, che costringe a tirar fuori unghie e denti per sopravvivere, per farsi accettare di nuovo da tutti, compresi i tuoi genitori, perché davvero sei sola, dopo uno stupro subito, lo capisci anche dagli sguardi. La vera lotta della Sebold è far capire di essere vittima, una lotta durata anni, probabilmente tutta la vita. Non bastano le prove evidenti, la gente ti indica, ti scansa, ti compatisce come se avessi comunque commesso un errore tu. Una lotta partita un secondo dopo la violenza, proseguita durante un processo che, nonostante le evidenti prove, costringe la vittima a dimostrare al mondo di essere davvero vittima e non, in qualche modo, colpevole. E lo vediamo ogni giorno, questo ribaltamento della realtà. Il romanzo è il racconto di un incubo nerissimo, una galleria buia che ti artiglia e non vuole restituirti alla luce. Ho letto le pagine in cui descrive la violenza subìta fermandomi più volte, mi sono scoperto anche a coprire le righe con le dita, o a guardare in alto più volte, interrompendo la lettura…non posso avere idea di quello che ha sofferto, ma lei lo ha descritto in modo mirabile. Ma le vere riflessioni le scatena dopo, quando descrive la sua vita seguente, dopo quella morte psicologica nasce un’altra persona, staccata dal mondo, e che nel mondo deve e cerca di rientrare e di esserne accettata, accolta.

“Dopo la pubblicazione di Lucky, quando la mia storia divenne di pubblico dominio, e soprattutto dopo l’uscita di Amabili resti, cominciai a entrare in contatto con uomini e donne, ragazze e ragazzi, che erano stati violentati o molestati, e rimasi travolta dai loro racconti e dall’enorme quantità di lettere che ricevevo, contenenti resoconti dettagliati di stupri e incesti. Senza volerlo, avevo creato uno spazio in cui chi aveva subìto una violenza sessuale poteva raccontare la propria storia. E per molti io ero la prima persona a cui l’avessero mai raccontato. Le rivelazioni affrettate durante le code per gli autografi, le lunghe, fittissime lettere battute a macchina e, forse perfino più toccanti, le calligrafie ancora infantili sui fogli a righe contenevano spesso la frase: «Quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te». Eppure i racconti di abusi sessuali che seguivano mi parevano spesso molto più tremendi della mia vicenda. Ricevetti un numero scioccante di lettere da parte di ragazze e ragazzi abusati da familiari, convinti che a me fosse accaduto di peggio perché ero stata violentata da uno sconosciuto. Un’ulteriore prova, nel caso ce ne fosse bisogno, di come uno stupratore può violentare non solo il corpo ma anche la mente. Ora capisco che “quello che è successo a me non è nulla in confronto a ciò che è capitato a te” fa parte di un modello di pensiero che entra in azione negli istanti immediatamente successivi all’aggressione. Se ti spingono a fondo sott’acqua fai qualunque cosa pur di tornare in superficie e inspirare più aria che puoi per sopravvivere. Compreso sminuire o attenuare la gravità dell’esperienza subìta per prendere le distanze dall’orrore e, in alcuni casi, dall’aver rischiato la morte. La polizia disse che ero stata fortunata perché non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento che fosse successo a me e non a mia sorella perché secondo lui io ero più forte. Ed ecco un’altra frase ricorrente: «Sono contento che mi sia capitato perché altrimenti non sarei la persona che sono oggi». Questa è un’affermazione comune tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che sono rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta anch’io. L’amara verità è questa: se potessi avere una gomma magica e cancellare quella notte del 1981, lo farei in un batter d’occhio, e se potessi dire a qualunque ragazza o ragazzo violentato da un parente che rispetto a lui o a lei sono stata davvero fortunata, lo avrei già fatto. Ma tutto ciò che potevo fare era scrivere un libro e raccontare una singola storia.Sfortunatamente non c’è modo di ricominciare daccapo, e dopo essersi salvati la sfida più grande rimane vivere con la consapevolezza della vita che ti hanno sottratto.”

Musica: Why Does My Heart Feel So Bad? – Moby

Il giardino dei Finzi Contini, di Giorgio Bassani (1962, Einaudi, pp. 293)

Un romanzo che con una mano delicata ci conduce dall’infanzia alla vecchiaia, dall’amore alla morte. È un romanzo dove la Morte staziona senza agitarsi, lo sai che c’è, lo sai che ti attende, è una presenza che non puoi evitare. Lo sai dal principio del romanzo. Elegantissimo, profondo, protagonisti delineati, tratteggiati con accurata precisione. L’orrore del nazifascismo è una nube scura che incombe al di fuori del cancello di questo bellissimo giardino accogliente, lasciando i personaggi a vivere e a crescere, a sognare, a illudersi e a disperarsi, una prigione dorata dalla quale si uscirà, ma rimettendoci la vita. Sono ragazzi ebrei, ragazzi come siamo stati noi, che volevano solo sognare, vivere in pace, partecipare alla vita, dalla quale invece gli è stato ordinato di stare lontani. Ognuno di noi ha avuto un luogo in gioventù dove ha sognato e ha spesso potuto rifugiarsi ad immaginare un mondo migliore di quello che poi ha scoperto essere, un luogo simile a questo giardino, utile a trattenere il più possibile la Morte lontana, un luogo dove giocare, parlare, discutere di politica, restando ignari, consapevolmente o inconsapevolmente, di ciò che la Storia sta decidendo, sperando che quella nube non sia così scura come tutti dicono…un luogo dove coltivare l’amicizia, dove i ceti sociali annullano le loro differenze, e anche un luogo dove sognare l’amore, ma anche l’amore alla fine “è roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda”… e poi alla fine arriva un padre amorevole e protettivo, che quando ti vede trafitto dal dolore per un amore irraggiungibile ti dice che “Nella vita, se uno vuole capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e resuscitare. Capire da vecchi è brutto, molto più brutto, come si fa? non c’è più tempo per ricominciare da zero”.
E capirai che quella nube scura era il vero Male, quello che non fa sconti, che non perdona, un gas malefico che ti stringe la gola e spegne i tuoi sogni. E, se ti salvi, non puoi dimenticare.