La casa dei Gunner, di Rebecca Kauffman (Ed. BIG SUR, trad. Alice Casarini, pp. 304, 2020)

Sei ragazzini, sei amici, segreti e condivisioni come solo tra ragazzini può accadere, quelle atmosfere magiche che accadono quando si creano quei club esclusivi, segreti, composti da anime tutte diverse tra di loro, quando le differenze sono ricchezze e non barriere, e l’amicizia cresce, diventa collante indissolubile, perché ti senti di poter essere te stesso a dispetto dei tuoi difetti e a dispetto del mondo esterno, quando gli amici sono davvero un rifugio senza pregiudizi, dai problemi familiari, da madri e padri assenti o anaffettivi. L’adolescenza. Il momento in cui tutto ti sembra meraviglioso o terribile, quando tutto ti sembra possibile, quando il futuro ti sembra plasmabile a tuo piacimento e quando, nello stesso tempo, tutto ti sembra sbagliato e irrimediabile, ma tutto dividi con gli amici, e tutto assume comunque un senso sopportabile.
Poi si cresce, improvvisamente la vita prende il sopravvento e ci si divide, e si resta soli e confusi. Ma a volte accade che il filo non si spezzi mai, che non si smetta mai di pensare a quel vecchio rifugio, a quella casa abbandonata dove si stava insieme, a “inventare barzellette, giochi e linguaggi segreti, a fare progetti, combinare guai, parlar male dei loro genitori, giocare a carte, scommettere, raccontare storie, complottare contro i bulli, bisticciare, fare pace, crogiolarsi nella noia e sognare la vita che un giorno avrebbero vissuto lontano da Lackawanna”.
E si finisca per rivedersi dopo tanti anni.
Un funerale è l’occasione giusta per tirare le somme, scaricare i propri sensi di colpa, dirsi quel che non si è mai detto prima per mancanza di coraggio e di opportunità, per paura di perdersi, ma anche per capire che l’amicizia può valicare il tempo e la vita stessa, una resa dei conti coraggiosa ma necessaria, riannodare i fili di un rapporto che si scopre indissolubile, e che può farti ripartire con più consapevolezze verso un futuro tutto ancora da scoprire e da giocarsi, ancora insieme.
L’amicizia che ti illumina, e ti fa capire che si cresce, si cambia, ma in fondo non si cambia mai del tutto.
Un romanzo molto delicato, un omaggio all’adolescenza e alla sua potenza, un coro di voci orchestrato benissimo, che sa tenerti sveglio e attento e partecipe, un carico di intima umanità che sa colpire e commuovere.

Musica: Best of my love, Emotions


L’amico fedele, di Sigrid Nunez (Ed. Garzanti, trad. Stefano Beretta, pp. 221, 2019)

Un libro molto particolare, è una lunga lettera d’amore, essenzialmente, una confessione molto intima, senza filtri, che sembra molto autobiografica, e infatti lo è. Un amico che scompare, l’amico più grande, il tuo mentore, e un alano gigantesco in eredità.
La perdita di una persona fondamentale scatena rimpianti, pensieri, emozioni. Ne senti ancora la voce, i suoi consigli, i suoi rimproveri, elaborare è anche questo.
Devi accettare che se ne sia andato senza spiegare, anche se vai a ritroso, armata del senno di poi, per dare luce a quello che forse avevi tralasciato, perché anche il tuo migliore amico ha sempre almeno un angolo che resta buio. Andare avanti non significa dimenticare, soprattutto per chi ha l’ossessione di non voler dimenticare, il terrore di dimenticare chi si è amato per paura di perdere se stessi.
Un libro dove improvvisamente ci si perde, che divaga, proprio perché il flusso di pensieri personali è questo, uno ne insegue un altro, senza un canovaccio preciso. Tante citazioni letterarie. Amore, amicizia, vita, dolori, rapporti lavorativi, suicidio, non semplice raccontare qualcosa di personalissimo e coinvolgere. E il grande vero amore della vita, la scrittura, che ti rende libera, sola, che ti fa uscire dal mondo e nello stesso tempo te ne rende partecipe attiva.

“Ho scoperto che scrivere libri ha reso possibile l’impossibile: essere rimossa dal mondo e di far parte del mondo allo stesso tempo.”

Non è stata una lettura semplice. Non devi aspettarti di trovarci quel che vuoi tu, perché non ce lo troverai.
Un libro che non sembra perfetto e che forse acquista credibilità esattamente per questo.

Musica. Comes then goes, Pearl Jam

Ai sopravvissuti spareremo ancora, di Claudio Lagomarsini (Ed. Fazi, pp. 206, 2020)

Due fratelli, la loro storia, un vecchio manoscritto che la racconta, e che racconta tutte i difetti della nostra Italia di provincia vent’anni fa, ma da cui il Paese non sembra mai essere guarito. Un passato che riemerge, nonostante la voglia di dimenticarlo, e con esso rimergono cose e persone che rendono i ricordi più nitidi, chiari, ma anche imperscrutabili. Le cose scritte spesso colpiscono di più, sembrano sentenze senza appello. Quanto l’atmosfera casalinga e familiare possa proteggere ma anche e soprattutto quanto possa soffocare un animo fragile e sensibile. Se non hai il coraggio di cambiare le cose, allora devi adattarti, oppure ne muori. Destini che divergono, e sopravvive solo chi è più forte, ma forse anche più grezzo o semplicemente fortunato. Ma anche i sopravvissuti non usciranno senza perdite. Un romanzo che parte leggero, che ti dà l’illusione di poter scivolare via senza molti scossoni e invece ti ritrovi a procedere in salita, col fiatone e con la tensione che aumenta fino al botto finale. Buon esordio.

Musica: Insieme a te non ci sto più, Franco Battiato

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, di Remo Rapino (2019, Ed. minimum fax, pp. 250)

Quest’anno leggo pochissimo, probabilmente leggerò sempre meno, il periodo che stiamo vivendo mi ha fatto perdere interesse ed entusiasmo per la lettura, e anche per molto altro, quasi tutto, e non credo tornerà, l’entusiasmo. In ogni caso, tra le poche letture intraprese, ecco un libro bellissimo, ecco che arriva la storia di Liborio, questo mezzo matto, questo derelitto, scansato quasi da tutti, specialmente dai suoi paesani. Questo orfano, quest’uomo abbandonato, rimasto solo, che ci racconta tutta la sua vita, che è anche la vita di tutti noi, dal fascismo alle Torri gemelle, con questo interminabile flusso di pensieri che diventano un diario scombussolato, con questo dialetto inventato del Sud ma anche del Nord, che sembra difficile da seguire, e invece non lo è, e Liborio sembra mezzo matto, ma alla fine è solo un uomo solo, un uomo buono, un uomo che cerca l’amore e non lo trova, un uomo che avrebbe tanti motivi per arrendersi e che invece testardamente va avanti, non si arrende nonostante il vento contrario fortissimo, e che si mette pietre in tasca per restare ancorato ad un mondo che non lo capisce e che invece lui capisce, meglio di tanti autodefinitisi sani. Un uomo che perde le parole, ma le parole non servono, quando si ha un cuore. Un inno all’umanità, alla dignità, al cuore ostinato degli uomini, una storia che fa tanto pensare, che avvince, e un personaggio che commuove e a cui è impossibile non voler bene.
Prendo in prestito le parole di De Andrè perché di meglio non ce ne sono:

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa, e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”

Musica: Un matto, Fabrizio De Andrè


Suttree, di Cormac McCarthy (Ed. Einaudi, pp.568, 2014, trad. Maurizia Balmelli)

Un’esperienza psichedelica, un libro pesantissimo, come mole e come contenuto. È difficile stargli dietro. Ogni pagina è una palude di vocaboli e di aggettivi in cui rischi di annegare e non uscirne più. Puoi anche provare il desiderio di chiuderlo. Ma se per caso avessi mai provato il desiderio di scrivere un libro, ecco, con McCarthy ti senti molto al di sotto della nullità che già credevi di essere. È un Dio. Non esiste una trama, non c’è una storia, qua. Ed è qualcosa che perdòno solo a lui. Perché la scrittura è magnifica, ultra barocca, vivida, è sangue, visceri e poesia pura, è talmente reale che non riesci a non sentirti lì dentro. Anche quando non ci capisci un accidenti. È un viaggio putrido, doloroso, in mezzo agli ultimi degli ultimi, che non hanno speranze e non vogliono averne, che pensano solo a come tirare avanti oggi e mai al domani mattina, in una gara ad inabissarsi più velocemente possibile tra bottiglie di alcolici infernali, una gara di resistenza alla morte e nello stesso tempo a chi la raggiunge prima. Un destino segnato che però accomuna tutti, i ricchi con i poveri, la solitudine è l’unica vera compagnia fedele in ogni momento della vita. Un calvario nel fango e sotto il diluvio universale, con Suttree che porta la croce fatta di colpe senza scampo, di un dolore che deve essere espiato a costo di ogni altra possibilità. Un uomo che è alla fine un buono senza essere dalla parte della giustizia, un uomo che cerca la vita lontano dalla vita altrui, convinto che non vi sia luce, che il buio sia il proprio destino. Le persone che perde inesorabilmente nella sia vita rappresentano i momenti più alti del romanzo. Incredibile come McCarthy passi dalla descrizione millimetrica del putrido, del rancido, del degrado a quella superbamente poetica dei momenti di dolore del protagonista. È così in ogni suo romanzo, alternarsi di bassezza umana e altissima poesia. Un inarrestabile fiume di parole che ti travolge, ti affascina, ti ipnotizza, ma nello stesso tempo ti allontana, perché è davvero difficile stargli dietro, ed il difetto è solo questo, la prolissità che appare per vasti tratti spaventosa, ancora più arduo di Faulkner in certi punti. Scene di una potenza senza pari, ripeto, lui è un Dio, che cesella, scolpisce e dipinge in modo sublime, studiando i dettagli infinitesimali. Gli aggettivi che usa sono spettacolari, antichi e nuovi insieme.


«Nelle acque vorticose e buie le luci del ponte tremavano come supplicanti incatenati e in fiamme, mentre lungo la sponda una nebbia grigia avanzava sui campi di carice color cenere rovistando tra le abitazioni.»

Un libro imponente. Anche se La strada resta per me fuori da ogni tipo di concorso di scrittura, e non me lo voglio dimenticare.

Musica: Keep Talking, Pink Floyd


Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino (Ed. Einaudi, pp.209, 1947)

“Diremo allora che l’astuzia di Calvino, scoiattolo della penna, è stata questa, di arrampicarsi sulle piante, più per gioco che per paura, e osservare la vita partigiana come una favola di bosco, clamorosa, variopinta, « diversa ».”

Cesare Pavese lo aveva inquadrato benissimo, Calvino. Le sue parole centrarono il bersaglio. Calvino aveva questo “vizio” bellissimo, da subito, di calare la Storia in un ambiente fiabesco. La sua ironia, la sua leggerezza così avvolgente da ammantare tutta la serietà possibile di un argomento.E anche un argomento così, la Resistenza. Che richiama subito la parola sacrificio, insieme all’altra, eroismo. Ma Calvino percorre la sua strada lastricata di pietre leggere, non racconta l’eroismo, racconta l’umanità. Racconta gli sbagli, le cose storte, i difetti. Mette insieme la più disastrata Brigata partigiana mai vista, fatta di uomini scalcagnati, ignoranti, rozzi, pieni di difetti e di tic, senza nomi propri ma solo soprannomi da sbeffeggiare, e adopera il piccolo Pin per metterli alla berlina, uno scugnizzo cresciuto troppo alla svelta, troppo alla svelta trasportato nel mondo adulto, di cui non capisce i movimenti e le intenzioni, e che non sa ancora distinguere il Bene dal Male. Un bambino solo, che finge di essere scanzonato, rotto alla vita e alle delusioni quando entra in osteria a declamare i suoi sberleffi, ma che, quando cala l’ombra della sera, resta un bambino solo, impaurito, alle prese con le paure della sua età, e bisognoso di un amico vero, che sappia comprenderlo ed accompagnarlo alla vita, nel periodo in cui si è troppo vecchi per stare con un coetaneo e troppo piccoli per accompagnarsi ad un adulto. Qualcuno a cui confidare un segreto, qualcuno con cui osservare i nidi di ragno e stupirsene. Qualcuno che abbia una mano calda come il pane in cui mettere la sua, per camminare in un futuro, buio, ma pieno di lucciole.
Calvino ci accompagna nel pieno della guerra in punta di piedi, con una rara capacità di descrizione delle cose e dei luoghi e delle persone, illuminando le motivazioni per cui gli uomini scelsero la via della Resistenza, tralasciando gli ideali e il mito e la retorica, scusandosi col lettore per aver osato il coraggio di narrare una parte così fondamentale importante e commovente della nostra Storia in maniera così leggera, al limite dell’irriverente, mettendoci dentro pulci, pidocchi e paglia, e disagio, e miseria e disperazione, perché al Bene ci si può arrivare anche attraverso inconsapevoli vie sgangherate, c’era un bivio, da un lato “la parte giusta”, dall’altro quella “sbagliata”, e da una parte la visione distorta, ironica, fiabesca di Pin, dall’altra quella del comandante Kim, che saprà vestire il razionale, e spiegare con parole magnifiche per quale motivo certi uomini scelsero la parte giusta, per quale motivo si divenne partigiani.

“Eppure tu sai che c’è coraggio, che c’è furore anche in loro. È l’offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambini, la fatica di dover essere cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso.

Ferriera mugola nella barba: – Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…

…la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.”

Fratelli, di Simone Marcuzzi (Ed. DEA PLANETA, pp. 368, 2020)

Libro scritto con grande delicatezza, ma c’è profondità, e mi ha commosso per larghi tratti.
Due fratelli, sei anni di differenza. Il piccolo che vede nel grande il punto unico di riferimento, l’esempio, a tratti il Mito da seguire e se possibile emulare. Un fratello può essere e diventare ogni cosa, amico, complice, protezione, rassicurazione, spinta. Ma la vita avanza, i rapporti cambiano, capisci che esistono altri mondi possibili. Cominciano i paragoni, i confronti, gli scontri sempre più serrati, si diventa rivali e forse nemici, arrivano i silenzi, fino a perdersi. Prima sei Zavorra, poi sei Socio, infine sei tu, sei solo tu, Alberto, slegato da Lorenzo, sei solo tu, con i tuoi pregi, le cose che ti riescono bene da solo, e i tuoi difetti, i sensi di colpa per gli errori che hai commesso in piena autonomia.
Si cresce, e l’autonomia ti fa pagare quasi sempre un prezzo. Ci vuole coraggio per affrontare i tuoi demoni, ma per un rapporto con un fratello probabilmente ne vale la pena, di essere coraggiosi.

Musica: Tonight, Tonight, The Smashing Pumpkins

La fine dell’estate, di Serena Patrignanelli (Ed. NN, pp.352, 2019)

C’è la guerra, c’è la fame, c’è una grande città con il Quartiere, il cosmo che fa da cornice a questa estate indimenticabile, dominata dai ragazzini che del Quartiere si impadroniscono in breve tempo.
È un romanzo pieno di sogni, come da copione quando si tratta di bambini, di avventure, degli amori, di amicizie nate e poi perdute, di bugie e di segreti, di bande e di ginocchia sbucciate, di illusioni e disillusioni, di generosità e di cattiveria, e pieno dell’assenza degli adulti, di padri che spariscono portati via dai combattimenti e che forse non torneranno mai, da un conflitto di cui i ragazzi non conoscono quasi niente, che resta misterioso, che inghiotte i genitori senza dare spiegazioni ai figli. Ma il loro mondo è solo loro e nulla vi entra, l’estate è l’inizio della loro vera vita, da soli.
“L’unica fretta che ci tenevamo addosso era quella di vedere l’orologio segnare quell’ora, stabilita dai grandi, che voleva dire libertà”.
È un’estate dove Pietro e Augusto coltivano la loro amicizia e un sogno in comune, un segreto da non condividere con nessuno. Un motore a gasogeno che è come una scrittura di Verne. Per fuggire via da tutto quello che ci manca e che desideriamo trovare. Ma la vita è complicata, non è una storia a due, è un racconto pieno di voci, e ci si deve fare i conti, con le voci degli altri. Si scopre, si soffre, si cresce.
Un romanzo scritto in modo sapiente, con grande stile, antico e moderno nello stesso tempo, che lascia un grande senso di malinconia, per un tempo che non torna, per la consapevolezza che ogni fine non è mai tale, che tutto può trasformarsi sempre, nessuna certezza.

Musica: Poster, Claudio Baglioni

Buon vecchio anno nuovo a tutti.

Un anno terribile è finito. Il peggiore della mia vita. Ancora oggi mi chiedo se sia un incubo, se sia successo davvero tutto quello che è successo. Ho perso anche la voglia di leggere. Siamo entrati nella Storia ma credo che tutti avremmo voluto restare nel nostro anonimato, con le nostre piccole storie quasi insignificanti ma cosi belle, la nostra noia giornaliera ma che adesso ci sembra un’avventura di Indiana Jones, le nostre piccole certezze che non esistono più…la paura ci ha invasi, non sappiamo più che cosa sarà domani, se avremo ancora la possibilità di respirare liberi e soprattutto di abbracciarci. Mi manca l’abbraccio. Anche solo la possibilità di farlo, la pura ipotesi. Siamo sospesi. Fateci tornare a vivere, a stringerci. Ridateci il sorriso. Auguri a tutti per un anno nuovo, che sia cosi nuovo da essere rivoluzionario, così rivoluzionario da restituirci la vita di prima.

Addio, Maestro, Artista, Amico…ciao, Gigi.

“Ringraziamo Iddio, noi attori abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replicano tutte le sere”, “Non ho rimpianti, rifarei tutto, anche quello che non è andato bene”.

A me andava bene tutto, di te..tutto..sono cresciuto con te, con le tue battute, con i tuoi occhi, la tua cultura, la tua eleganza, la tua complessa semplicità, che facevi tutto il difficile e lo facevi sembrare facile, i tuoi scioglilingua, le tue magie lessicali e il tuo fregolismo, quel tuo baule stracarico di bellezze che non vedevo l’ora tirassi fuori un abito, un cappello, un fazzoletto, per sentirmi trasportare via dalla tua magia, dalla tua bellezza infinita. Sto qua al bar a piangere come uno scemo, ma sono felice di essere uno scemo plagiato dalla tua grandezza. Non sono mai andato a vedere lo stesso spettacolo teatrale per due volte nel giro di una settimana, ed è successo solo con te e per te. Quando sono entrato nel tuo camerino al teatro Olimpico non sono riuscito a trattenermi, ti ho stretto come un folle, urlandoti grande Gigi nelle tue orecchie spaventate e divertite, in pochissimi minuti mi hai di nuovo confermato la tua umanità, la tua simpatia, tutto sudato, fumavi, dentro al tuo accappatoio, così alto, così umano, così bello. Ti voglio bene da morire, Gigi…