Prima che te lo dicano altri, di Marino Magliani (Ed. Chiarelettere, pp.330, 2018)

 

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“Uno è il posto dove si nasce” disse. “Poi ti innestano.”
Romanzo intriso di nostalgia.
Leo nel 1974 ha otto anni, ha solo sua madre. L’arrivo e la compagnia di Raul regalano a questo bambino lo spazio di una sola estate, che però sembra interminabilmente felice, perché fatta di respiri, di scoperte, di insegnamenti da parte di un uomo all’apparenza rude, rude come possono essere Liguria ed Argentina, che rappresentano lo spazio fisico in un cui la storia si dipana, in un periodo enorme, cinquant’anni, dal 1974 al 2024. Un tempo lunghissimo, ma che sta a significare che per i rimpianti e i sentimenti non esiste limite. Un’adolescenza “senza paje”, senza padre, pesa su di Leo come un macigno, quel ragazzino goffo e silenzioso e preso in giro cercherà tutta la vita quell’uomo che gli ha insegnato a leggere, studiare, lavorare la terra, conoscere il mare, nuotare, a fare gli innesti alle piante, e a cui lui stesso si è innestato irrimediabilmente, e ne conserverà ricordi, casa, pietre, piante andate a male, libri impolverati, a mettersi sotto il naso un paio di scarpe vecchie per sentire l’odore di quella vecchia felicità.
Quella mano che si appoggia sul suo collo non si dimentica.

“Si viene qui per vedere se c’è ancora, Leo”
“Se c’è cosa?”
“Il mare”.

Leo diventa un uomo aspro e silenzioso come la sua terra, sulla soglia dei sessant’anni, poco istruito, che vive di quello che sa, la terra, il bracconaggio, le piante. Un uomo che non si aspetta niente perché non riesce ad andare avanti senza aver prima aver avuto risposte dal suo passato. Quella sola estate felice vissuta da bambino gli ha regalato l’unico spazio di amore della sua vita. Leo non riesce a guardare avanti, soffoca, senza avere le risposte che pretende. E si imbarca per un viaggio verso un’Argentina dura quanto la Liguria, dove la violenza ancora è in agguato.
Il passato non muore, non si accetta mai la mancanza di un padre, non si accetta mai il dolore e l’odio che una dittatura sanguinaria ha provocato.
Leo ricerca il desaparecido Raul nell’illusione che il ritrovamento possa restituirgli quello che ha perso, o dargliene un motivo.

“Cosa pregava? Di riuscire davvero ad andar laggiù, di perdere la lotta per quel pezzo di terra che gli era stato rubato,e altre cose di cui non gli importava, ma di andare laggiù sì, di trovarsi di fronte al destino di suo padre, che era il suo di figlio”.

Un romanzo che è tutto un rimescolarsi di sentimenti e di linguaggi, italiano, ligure e spagnolo che si alternano e si inseguono, come i protagonisti e le epoche, un esperimento ben riuscito, in una storia tutta intima e dolente che si apre ad uno sviluppo noir che non mi aspettavo.
Le ferite del cuore e l’eterna rincorsa umana verso ciò che ci manca, i nostri ricordi, le occasioni che potevamo avere e che non abbiamo avuto. Quella mano sul collo. Una rincorsa che spesso si rivela dolorosa, che quando rimesti nel passato puoi ferirti, e tardiva.

“La vita è una guerra di resistenza contro il presente. Le stagioni sono battaglie. Prima o poi si perde. Tutto lì”.

Musica: Una giornata al mare, Bruno Lauzi

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Corpo a corpo, di Silvia Ranfagni (Ed. E/O, pp. 156, 2019)

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Quando hai quarant’anni, non hai più niente da fare, quando ti sembra di aver dato e ricevuto tutto, quando tutto è un film già visto e rivivi le stesse scene ogni giorno, quando “hai ormai raggiunto l’età in cui la trasgressione l’ha già fatta da padrona e hai trasgredito ciò che dovevi trasgredire”, quando domandi lo scopo della tua esistenza al tuo bicchiere pieno di alcolici ma questo non sa più darti risposte, cosa ti resta?
Non ti resta che fare un figlio. Ma chissà se è una tua scelta consapevole, ragionata oppure sentimentale, o se è il mondo che te lo impone, perché una donna in fondo non può davvero sapere cosa sia la felicità, se non apre la porta della maternità, giusto?
E Beatrice è abituata a programmare, schivare gli ostacoli, fare dei piani per non soffrire, a scansare le relazioni con gli uomini così come si farebbe di fronte a una scelta di un cibo o di un detersivo per pulire il pavimento di casa. Dunque sceglie la banca del seme. La scienza davanti al cuore. Una selezione al catalogo. Ma quando partorisce si accorge subito che la realtà non è programmabile. Da lei esce un essere che non le somiglia in niente. È brutto, è sporco, piange. Da lei esce fuori non un Figlio, ma un Corpo. Tu hai scelto di farlo, ma lui non è riconoscente. Lui sta con te solo perché non ha altra scelta. La maternità non è come te l’hanno raccontata. Anzi, in verità nessuno te l’ha raccontata. Ti hanno solo detto vedrai, andrà bene. Vedrai, ne varrà la pena. Vedrai, si aggiusta. Nonostante. “La maternità è meravigliosa, diceva tua madre, aggiungendo “nonostante”. Quel “nonostante” era la parola chiave, l’accesso a un mondo che ora si è spalancato come un antro”.

“Il Corpo è meschino. Vuole solo la sopravvivenza. Cemento, inquinamento, insolazioni, irritazioni, tutto gli dichiara guerra. Per lui è sempre troppo caldo o troppo freddo, per lui si mettono e si tolgono uniformi. Il grido del Corpo ferisce. A volte è per il sole cattivo, la sete, la fame; a volte non si sa proprio perché. Sterilizzare, disinfettare, lavare, anche in mezzo alla notte, anche quattro volte prima dell’alba, perché il Corpo pesa tre chili ma ha zero grammi di compassione.”

L’incipit è crudele, senza pietà. Prelude ad una guerra, non alla pacificazione. Prelude ad un essere che si nutre di un altro, togliendogli forza e certezze, precipitandolo nella paura e nei sensi di colpa e nella non accettazione del resto del mondo, che diventa nemico, infido, un mondo pieno di donne che hanno un lavoro a tempo pieno e che devono affidarsi ad altre donne che le salvino accudendo i loro figli, ma sono donne che a loro volta sono state salvate da guerra e fame e povertà, tate che sanno cosa vuol dire sacrificio e con le quale Beatrice si scontra, tate che non capisce, che non sono dalla sua parte, che remano contro, il tutto descritto in pagine ironiche e divertenti, nel loro cinismo.
La maternità qui non è esattamente felicità, gioia. Qui assume nomi come TRAGEDIA, PIANTO, DEPRESSIONE. Tutti maiuscoli. È un lungo cammino impervio, disperato, insensato, pieno di rimpianto e vittimismo, pieno di umane cose, è guida senza patente, è uno sconvolgimento fisico ed emotivo che ti porterà a chiederti ogni giorno ma chi me l’ha fatto fare, non sono degna, non sono capace, fino alla richiesta di aiuto, dalla tata allo psicologo ai farmaci contro la depressione. Una Madre è colei che accoglie. Ma chi è che accoglie la Madre? Il Corpo impiegherà quattro anni per assurgere alla qualifica di Figlio, finalmente. Finalmente uno cresce senza essere vampiro dell’altra, finalmente una madre capisce e ringrazia per aver trovato il senso della rinuncia, in un finale che si apre alla poesia.
È un libro che probabilmente alcune donne rigetteranno perché non vi si riconosceranno, opporranno la loro visione della maternità edulcorata, senza problemi, vissuta con serenità e consapevolezza piene, una scelta di cuore ricambiata da un amore immediato, ci sono già passato dopo aver letto Cattiva, della Milone. Eppure io credo che questo libro vada letto, eppure io credo che ti metta di fronte a un punto di vista oscuro che forse hai intravisto o attraversato anche solo per un momento, ma che hai voluto subito dimenticare o negare. Soprattutto qui si mette in discussione un grande inganno della società, il fatto che dalla maternità dipenda la realizzazione piena di una donna. E si mette in discussione il fatto che non esista un solo modo di essere madre. Un libro che può risultare interessante anche a chi si sente riparato dai granitiche sicurezze.
Io ci ho trovato diversi spunti di riflessione, oltre ad una scrittura molto bella, aperta, non monocorde, sincera.

 

Musica: And when i die, Blood, Sweat & Tears

Il giorno che diventammo umani, di Paolo Zardi (Ed. Neo, pp. 176, 2013)

 

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Raccontare chi è un essere umano.
Questo fa Paolo Zardi, e lo fa bene.
Lo fa con cinismo, forse, con crudeltà, forse, ma racconta una verità, magari spiacevole, sgradevole, difficile da accettare, ma così è. Sgradevole, perché scopre i nostri lati nascosti, quelli che forse nascondiamo anche a noi stessi o, con maestria da cavalli coi paraocchi, facciamo finta di non vedere correndo questa corsa assurda che si chiama vita, perché, se li mostrassimo, questo vorrebbe dire pubblico ludibrio ed esclusione da ogni consesso sociale. Vita che non ha regole, non segue schemi, è come girare la ruota con tutti i numeri, e può toccare al nostro come al vicino, chi muore giovane e chi campa 105 anni (il racconto “Centocinque” è meraviglioso) e vede morire i propri figli, perché la vita è “un fulmine d’estate che colpisce le creature della terra, a caso, come un dito cieco e terribile“. Morte, dolore, tradimenti, gelosie, vigliaccherie, gioie, paure, solitudini, eventi ai quali ognuno reagisce come sa e come può, soccombere o sopravvivere è casuale.
Siamo fragilissimi, debolissimi, minuscoli, con le nostre vergogne e ansie nascoste, povere, derelitte, eppure così incredibilmente vivi e capaci di milioni di sentimenti diversi, capaci di fuggire, di sbagliare, ma anche di restare, di amare, di essere teneri, nella consapevolezza della nostra precarietà, di essere vivi in questo mondo di sudore, carne, orgasmi, lacrime, desiderio, dolore, ferite e sangue, e in questo libro la corporalità è un fatto essenziale. Non siamo infallibili, anzi il contrario, falliamo e spesso siamo ignobili, e dobbiamo fare i conti con la nostra pochezza. E non siamo un colore, siamo un contrasto, continuo.
Zardi descrive i personaggi in modo perfetto, provi dispiacere nel chiudere una storia ma desiderio immediato di passare alla prossima. Emozionante come leggere Carver. Perché comunque io questo, ci ho visto. Grande maestria, grande amore e partecipazione per i personaggi che crea e per la scrittura stessa, davvero bellissima.

 

Musica: L’amore è tutto qui, Piero Ciampi

Nel nostro fuoco, di Maura Chiulli (Ed. Hacca, pp.182, 2018)

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Tommaso un buco nero. Elena la donna carica di speranza venuta a salvarlo.
Elena, la sua lingua straniera. Elena il suo porto nuovo, il suo approdo alla vita, Elena il traghetto che lo porta via da quella sponda buia in cui aveva sempre vissuto. Elena, “i lampi che scuotono la sua carne, che fanno fischiare le orecchie, che spaccano il suo petto.”
Elena, il passaggio segreto tra lui e il mondo.

Ma Nina si interpone tra loro col suo carico di silenzio, col suo essere altra e altrove.
Tommaso ha sempre vissuto di punti fermi dettati dagli altri, o dalla vita. Si è adattato ai copioni scritti.
Ha bisogno di gesti e parole stabilite, ha bisogno di una figlia in cui riconoscersi, in cui accettarsi, in cui moltiplicarsi.
Nina non è nulla di tutto questo. Nina è la minorazione, la smisurata eccezione che lo rende nullo, che lo disintegra,
che lo rispedisce dritto agli incubi da cui proviene.
Tommaso molla, se ne va.
Tommaso ha un passato terribile, è stato un bambino infelice che ha visto scorrere la sua fanciullezza senza mai poter rivendicare una minima autonomia, ed è diventato uomo senza mai essere stato bambino. Senza mai poter piangere, senza mai potersi riconoscere in qualcun altro. Sempre solo. In una famiglia dove si è barattato il senso del dovere con l’affetto, dove gli sono stati assegnati solo doveri e traguardi da raggiungere, una caserma da adulto, una caserma che gli ha spezzato il cuore. Tommaso ha ammazzato la sua giovinezza e quell’omicidio lo perseguita da sempre E quando si vive così, nel buio assoluto, nel silenzio assoluto, e poi si inciampa nella felicità, diventa impossibile resistere ad un nuovo urto, diventa impossibile ricominciare a lottare. Si vuole solo morire e rinascere non si sa dove né con chi.
La vita è bianco e nero, Tommaso è la nostra parte buia, quella che quasi tutti noi neghiamo di avere, Tommaso recita la parte del cattivo, ma i suoi errori, le sue mancanze, la sua cattiveria feroce è solo disperazione, sono mancanza di educazione, sono l’essere stato educato a non difendersi, gli hanno insegnato che la vita è solo accondiscendere, essere trasparenti, non disturbare. Tommaso, semplicemente, non sa come fare. E Tommaso, quando Nina lo guarda, quando quell’enigma di figlia lo guarda, si sente superfluo, lo sguardo di Nina sembra attraversarlo senza mai vederlo veramente.

Elena no. Elena non va via. Elena sa amare anche se si è divisi. Elena ha una forza diversa, e ce l’ha da quando era bambina.

“Da bambina aveva imparato a scegliere, a sentirsi importante, a vivere a suo modo, senza il terrore di essere rifiutata. Era cresciuta forte, determinata a essere solo la donna che sentiva di essere”

Tommaso non accetta questa “perfezione” di sua moglie, perché gli ricorda che lui non può essere alla sua altezza,
l’amore incrollabile di Elena lo ricaccia ancora più indietro nella sua disistima, sa di essere in eterno debito insolubile.
Ma Elena non molla mai.
Elena gli ricorda che si sono incontrati per una magia.
Che da quella magia è scaturita la felicità.
E che hanno scelto di avere Nina nel momento in cui erano felici e perché erano felici. Elena gli regala il fuoco, scopre il fuoco che ancora arde in lui, non è ancora definitivamente sopito dalla sofferenza. Elena ha il calore che scioglie il suo ghiaccio, la passione che lo può salvare, che può far ripartire il suo cuore malato. La vita è una grande sfida, spesso, o forse sempre, a superare i limiti, a fare i conti con gli ostacoli quando non li avevi messi in conto, e questo libro è una sfida, tenero e terribile allo stesso tempo, crudele e brutale come pochi altri, mi ha messo a durissima prova per tanti motivi, mi ha atterrato, chi mi conosce potrà capirlo meglio.
Un libro di una bellezza rara, sconvolgente.

 

Musica: Come se, Daniele Silvestri

Un cuore tuo malgrado, di Piero Sorrentino (Ed.Mondadori, pp. 149, 2019)

 

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Cosa succede dopo uno schianto, nella vita? Come si reagisce, quando si perde tutto? Dario subisce senza colpe un dolore senza fine e senza spiegazioni. Bianca è causa del dolore, ma il dolore aggredisce anche lei. Gestire i sensi di colpa è roba da grandi equilibristi, così come gestire dolore e rimpianti mai sopiti. Allora non resta che fare pace col fatto che siamo quello che siamo, il prodotto di esperienze, di amori, di mancanze e di sofferenze, fare pace col fatto che i sogni che abbiamo espresso da bambini non si sono avverati, semplicemente perché la vita è un rimbalzo di episodi e di strade che imbocchiamo inconsapevolmente. E se non troveremo pace, dovremo cercare di dialogare col dolore, affrontarlo, perché, nostro malgrado, abbiamo tutti un cuore che spinge per andare avanti. E un giorno, forse in un’altra vita o in un altro universo, troveremo il modo di perdonarci, e di perdonare. Un romanzo fatto di grida interiori, breve, misurato, intenso, delicatissimo.

 

Musica: Attesa e inaspettata, Niccolò Fabi

Non ho mai avuto la mia età, di Antonio Dikele Distefano (Ed. Mondadori Novel, pp. 207, 2018)

 

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Sei nato in Italia, ma hai la pelle nera, dunque non vieni percepito mai come italiano.
Sei africano. Non sanno quanto sia grande l’Africa, non ne conoscono le differenze, non sanno nemmeno che il razzismo e la rivalità esistono anche tra i neri stessi. Semplicemente, non gli interessa. Il nero è un male, per un bianco, solo questo. E questo condiziona tutto, determina tutto.
Dai sette ai diciotto anni, in questo libro c’è il racconto delle paure, delle delusioni, delle amarezze, dei sogni urlati da un solitario tetto di un centro commerciale, di notte, quando solo tu e i tuoi amici potete ascoltarli. Nel resto della giornata devi tacere, o parlare sottovoce, oppure fare il duro, recitare la parte del duro per non essere travolto. Non c’è pietismo, non c’è autocommiserazione, c’è solo una voce sincera, intensa, drammatica, che fotografa una realtà che oggi è ancora più forte, netta. Una vita da Zero, fatta di abbandoni, di mancanze, di grandi errori, di ragazzi che devono crescere da soli e devono farlo in fretta, troppo in fretta, senza avere la possibilità, il diritto, di essere bambini, di godersela. Un libro che dà voce a chi non ce l’ha, che solleva interrogativi, che prova a farci mettere nei panni di chi guardiamo con sospetto senza conoscere nulla di lui.


“Avrei voluto andare via dall’Italia, via da questa strana casa dove sono nato e cresciuto e che mi ha sempre chiesto dove vivessi e da dove fossi venuto”.

Libro scritto in modo semplice, che si legge veloce, ma ben scritto, e che fa riflettere molto.
Perché si fa presto a obiettare oh un altro libro sul razzismo, con questa posizione politicamente corretta…si fa presto, certo. Ma noi che ne sappiamo, noi che abbiamo avuto questo presunto culo di avere la pelle bianca, di cosa voglia dire uscire di casa e avere paura, sottile o di grana grossa, che possa succederci qualcosa di brutto proprio perché sulla nostra ruota è uscito il colore nero? Che ne sappiamo, dei destini segnati? Ecco, sarebbe ora di sapere qualcosa.

Non male, da parte di un ragazzo che ha iniziato a scrivere da soli sette anni, e con la sola licenza media in tasca. Sta imparando e non vuole fermarsi, e io spero che nessuno lo spinga a fermarsi.

Musica: Il coraggio di ogni giorno, Enzo Avitabile-Peppe Servillo

La bambina ovunque, di Stefano Sgambati (Ed. Mondadori, pp. 137, 2018)

 

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Questo libro racconta lo smarrimento dei futuri padri.
Il sentirsi così invisibili, inutili, un orpello, un soprammobile, quasi, di fronte all’arrivo di un figlio. Un padre è sempre in ombra.
Quel non sentirsi più esseri umani, ma sentirsi considerati solo in quanto futuri padri.
Quello che si prova quando ti chiedono “e allora, ti senti pronto?”, che poi è l’unica domanda che ti senti rivolgere.

Questo libro racconta di un padre e del suo sentirsi sempre a bordo campo a far da spettatore, e della sua voglia, ma anche della paura, di entrare in campo, a far qualcosa che sia utile, che possa essere finalmente rilevante.
Questo libro racconta di quanto no, non ti senti affatto pronto, e forse di quanto non avresti voluto mai esserlo. Di quanto ti ritrovi dentro a qualcosa molto più grande di te, qualcosa di molto più grande e molto al di fuori di te, come il corpo di tua moglie, che ingrandisce e ti fa sentire ancora più piccolo e insignificante. E tu non hai e non puoi avere quel rapporto viscerale.

“A quanto pare così è fatto un padre: insicuro e allo sbando…non percepisce i movimenti fetali, non perde per quell’istante il respiro mentre capisce che un altro essere vivente lo abita, poiché nessuno lo abita: così è fatto un padre, in un padre non c’è posto. Né sente la vita che arriva: se la ritrova.”

Questo libro racconta con quanto ritardo si muove un padre per diventare e sentirsi padre, rispetto ad una madre.
Una madre è sempre pronta, conduce le danze. Un padre arranca in mezzo ai dubbi, si appoggia alle certezze altrui.

“E’ stato faticosissimo stabilire una connessione emotiva col sacchetto di carne che eri, un’appendice che non si è staccata da me e che non sembrava provare mai particolari emozioni se non quelle ferine, ancestrali, pure affascinanti, ma che non sentivo vicine in alcun modo, se non per dovere, per rispondere alle esigenze di “pressione sociale” che derivavano dal fatto di Avere Una Figlia, come se il mondo intorno a me mi dicesse: sei padre, hai il dovere di essere felice, devi essere emozionato.”

Questo libro è un diario delle paure, delle ansie, dell’amore, della rabbia.

Questo libro parla della fatica di diventare genitori, soprattutto della fatica che due esseri umani devono fare quando la natura non sembra essere esattamente benigna, quando mette loro qualche bastone tra le ruote, e li costringe ai pellegrinaggi tra cliniche specializzate nella fecondazione
assistita. Percorso faticoso fisicamente e mentalmente, percorso che mette alla prova la forza di una coppia.
Il capitolo finale è bellissimo, è lo sfogo, la dichiarazione d’amore di un padre a sua figlia, una parte molto poetica. Magari un po’ piaciona, ma poetica.
Un libro ben scritto, ironico, nonostante quel che ho detto è molto divertente, per diversi tratti, ironico, scritto con penna delicata. Una piacevole lettura.

 

Musica: La strada e la stella, Lucio Dalla