Addio, Maestro, Artista, Amico…ciao, Gigi.

“Ringraziamo Iddio, noi attori abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replicano tutte le sere”, “Non ho rimpianti, rifarei tutto, anche quello che non è andato bene”.

A me andava bene tutto, di te..tutto..sono cresciuto con te, con le tue battute, con i tuoi occhi, la tua cultura, la tua eleganza, la tua complessa semplicità, che facevi tutto il difficile e lo facevi sembrare facile, i tuoi scioglilingua, le tue magie lessicali e il tuo fregolismo, quel tuo baule stracarico di bellezze che non vedevo l’ora tirassi fuori un abito, un cappello, un fazzoletto, per sentirmi trasportare via dalla tua magia, dalla tua bellezza infinita. Sto qua al bar a piangere come uno scemo, ma sono felice di essere uno scemo plagiato dalla tua grandezza. Non sono mai andato a vedere lo stesso spettacolo teatrale per due volte nel giro di una settimana, ed è successo solo con te e per te. Quando sono entrato nel tuo camerino al teatro Olimpico non sono riuscito a trattenermi, ti ho stretto come un folle, urlandoti grande Gigi nelle tue orecchie spaventate e divertite, in pochissimi minuti mi hai di nuovo confermato la tua umanità, la tua simpatia, tutto sudato, fumavi, dentro al tuo accappatoio, così alto, così umano, così bello. Ti voglio bene da morire, Gigi…

Una cosa sull’amore, Jeffrey Eugenides (Ed. Mondadori, trad. K. Bagnoli, pp. 295, 2018)

Dal titolo dovrebbe essere un libro sull’amore. Ma non lo è. Infatti il titolo originale è completamente diverso. In ogni caso qui l’amore è solo uno dei temi. Più che dell’amore si tratta dei rapporti. Si tratta della vita delle persone. Del loro modo di affrontare la vita. E non si tratta di vite splendide, facili, incoraggianti, luminose. Si tratta di dossi, salite impervie, la vecchiaia che ti toglie il fiato, la solitudine, i naufragi economici, si tratta di soldi, sì, della bancarotta, di come tirare avanti senza deludere te stesso e i tuoi, le frustrazioni causate dall’abbandono dei sogni, si tratta delle sconfitte innumerevoli e a volte pesantissime. Ma soprattutto della lotta, a volte testarda e indomita lotta per ritrovare la strada perduta oppure scoprire improvvisamente, dopo tanto penare, che, forse, ne esiste un’altra possibile. E magari sbagliare di nuovo, non si sa come finirà.
La vita è un finale aperto, come questi racconti.
Eugenides per me è una specie di genio della scrittura, questi sono dieci racconti scritti nell’arco di trent’anni, disomogenei ma anche legati ai suoi romanzi, che comunque confermano le sue doti eccellenti.

Musica: Take the long way home, Supertramp

Il sale della terra, di Jeanine Cummins (Ed. Feltrinelli – I Narratori – Trad. Francesca Pè, pp. 410, 2020)

Una donna messicana e suo figlio, in fuga dal Messico, da Acapulco, verso il “Norte”, gli Stati Uniti, la terra promessa, per salvarsi dalla vendetta del cartello di narcotrafficanti, non contenti di averle già sterminato la famiglia. Per raggiungere la salvezza madre e figlio ricalcano esattamente il percorso che tantissimi migranti messicani compiono da moltissimi anni per sfuggire a sofferenze e dolori, compreso il viaggio pericolosissimo sul tetto della “Bestia”, un treno merci che percorre tutto il Messico, da Tijuana al confine con la California. Il romanzo è una specie di thriller on the road. Questo va detto subito. Non siamo nella saggistica, non siamo nella filosofia, è un thriller. L’ho visto in libreria, ho visto quella fascetta in cui Stephen King mi sfidava dicendo che non avrei potuto smettere di leggerlo se avessi letto le prime sette righe. E così ho provato. Ed è andata bene. Un buon thriller. Una storia che non ti permette di smettere di leggere. Per me ben scritta. Anche molto commovente. Che ti trasporta in una realtà terribile, facendoti sentire impotente e partecipe. Per me è stato un bel libro, che narra di una vicenda personalissima ma non è questa, ad esserne il centro, è l’immigrazione, una bomba che sta scoppiando in tutto il mondo e gli Stati Uniti non fanno eccezione, i latinos tra poco saranno maggioranza del Paese. Francamente sono rimasto basito nel leggere che questa autrice sia stata minacciata, che abbia dovuto interrompere il tour promozionale a causa delle minacce ricevute, e che addirittura siano stati minacciati i librai che esponevano il libro in vetrina. Tutto perché lei non doveva permettersi di narrare qualcosa che non conosce, la famosa appropriazione culturale, di infarcirla di luoghi comuni sui messicani, di non nominare mai Trump o comunque di non mettere sul banco d’accusa gli Usa, di aver narrato la storia adattandola al lettore “bianco”, insomma di aver costruito un libro sfruttando solo il dolore per guadagnare, senza dare il minimo contributo al tema in questione. Basito, perché non posso concordare sul fatto che uno scrittore non possa narrare qualcosa che non ha vissuto in prima persona. Va contro ogni principio su cui la letteratura si basa.
Io poi non ci ho visto per niente l’adattamento per bianchi, ci ho visto interesse sincero per chi soffre e autocritica. Le critiche accettabili sono quelle che riguardano lo stile, la narrazione superficiale, e magari anche il fatto che esistano molti scrittori che hanno narrato meglio di lei il fenomeno migratorio verso gli Stati Uniti, gente nettamente migliore e credibile sotto ogni profilo. Queste critiche posso accettarle. Ma io non sono messicano, non ho mai vissuto là, non so cosa si prova, non so cosa voglia dire farsi quattromila chilometri per fuggire da quel Paese. Dunque che dovrei dedurre? Che uno scrittore che non vive quella realtà non possa scrivere di quella realtà? E allora che anche un lettore totalmente avulso da quella realtà non dovrebbe azzardarsi a leggere un libro che quella realtà narra, perché impossibilitato a comprenderla? E poi io non conosco nemmeno la letteratura messicana sul tema immigrazione, dunque come posso essere in grado di giudicare senza armi per farlo? Dovremmo anche noi leggere solo ciò che conosciamo a menadito?
Che tristezza sarebbe? È comunque un libro che ti apre uno squarcio su una realtà e magari ti potrà spingere ad approfondire, magari cercando proprio quegli autori più “degni”. Un romanzo deve per forza essere di denuncia, deve per forza contribuire fattivamente ad un problema, per forza dare un apporto politico e sociale? Mah, a me il libro è piaciuto molto, lo ripeto, e la chiudo qua.

Musica: Matamoros Banks, Bruce Springsteen

Il giorno mangia la notte, di Silvia Bottani (Ed. SEM, pp. 288, 2020)

È un libro molto duro, carta vetrata sulla pelle. Molto duro e molto difficile da digerire, perché difficili da digerire sono i tre protagonisti, accomunati dal dolore, ma con cui è difficile entrare in empatia, sotto questo profilo il libro per me è una sfida al lettore. Un libro che è molto fisico, un perenne incontro di boxe, dove anche l’amore è scontro di corpi più che incontro. L’autrice gioca a ricoprire i protagonisti di contraddizioni, oltre che di sofferenza e di ricerca di amore o di qualcosa di cui nemmeno loro sono a conoscenza. Troppe, probabilmente, per me. Una storia tra una figlia di un’immigrata e un neonazista va contro le mie basi. Anche se uno stronzo immane come Giorgio diventa il personaggio più affascinante e ben tratteggiato di tutti. Un libro in cui la notte è protagonista e Milano è più cupa e disperata che mai.

Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcìa Marquez (Ed. Feltrinelli, pp.426, trad. Enrico Cicogna, 1970)

centanni

Non amo quasi mai rileggere ciò che ho letto, soprattutto perché ho troppo ancora da leggere e morirò presto, ma questa è la Regina delle Eccezioni

Stormi di farfalle gialle.
Fantasmi dei morti che accarezzano i vivi.
Pioggia che dura per anni.
La Colombia densa di umidità e di umanità.
La magia, la leggenda, la follia pura.
Le mille voci, i mille personaggi, le mille porte che si aprono e si chiudono, attraverso le quali passano queste persone e le loro storie, un continuo movimento, un continuo vociare, i nomi che si ripetono all’infinito, una dinastia familiare che si perpetua, perpetuando volti, espressioni, comportamenti, follie ed errori, il fare per disfare.
Romanzo in cui la vita e la morte, il sogno e la realtà, si tengono sempre per mano, in un infinito controcanto.
Romanzo in cui la solitudine non si divide in due, la si vive “ciascuno nella sua”, apparecchiando con tovaglie di lino mentre le ragnatele tappezzano le travi.
Romanzo dove le ore, i giorni i mesi e gli anni si spostano, si confondono, si mescolano, finendo per somigliarsi l’uno con l’altro.
Questo romanzo è pieno di sogni perduti e di ricordi he tornano, di folate di origano e di vapore dei rosai al crepuscolo, è un cuore di cenere compressa che crolla ai primi assalti della nostalgia.
Questo romanzo è un percorso di vita, dalla nascita all’adolescenza all’età adulta, fino alla morte, in un ciclico andare che ti porta a pensare alla tua esistenza.
Una penna in stato di grazia, una penna che sfavillava, mentre scriveva, inspirata da una fantasia galoppante, senza freni, un fiume amazzonico di immaginazione, un’energia vitale impressionante. Una sequenza di parole incredibili, un fuoco di fila di metafore e di vocaboli straricchi, barocchi, eleganti, musicali. Marquez ti prende per mano, all’inizio recalcitri, gli chiedi oh ma dove diavolo mi stai portando, non ti capisco, poi insiste, ti strattona, ti costringe a perderti, e a capire quanto è bello perdersi, e che se non ti perdi non lo puoi capire, Marquez, ti costringe ad entrare in questa magia, in queste vie fangose, odorose, profumate, lerce, assolate, piovose, ti costringe e ti ammalia e ti confonde, ti fa viaggiare in questa intricata foresta di vie, di nomi, di guerre, di rivoluzioni, di morti, ti costringe a perdere ogni cognizione del tempo, e alla fine ad uscirne frastornato al punto di partenza, e ti trovi anche tu ad umanizzare la solitudine, a capire l’essere umano, l’amore, la paura, la forza e la vigliaccheria, la caciara e il silenzio, quello che non sembra possibile diventa possibile, come una magia di farfalle gialle che precede e annuncia l’amore.


“Aureliano sorrise, la sollevò per la vita con due mani, come un vaso di begonie, e la gettò supina sul letto. Con uno strattone brutale, la spogliò della tunica da bagno prima che lei avesse il tempo di impedirglielo, e si sporse sull’abisso di una nudità appena lavata che non aveva né una sfumatura della pelle, né una venatura di peli, né un neo recondito che lui non avesse già immaginato nelle tenebre di altre stanze.”

Musica: Flor de Luna, Santana

Il tunnel, di Abraham Yehoshua (Ed. Einaudi, Supercoralli, pp. 344, 2018)

 

tunnel

Il tema della demenza senile trattato con estrema delicatezza, con sprazzi nemmeno rari di comicità, leggerezza.
Mi è piaciuta la scrittura elegante, il piano inclinato con cui Yehoshua porta il lettore ad immedesimarsi lentamente nel progressivo incedere della sua patologia, le sue dimenticanze sempre più ravvicinate ed importanti, il suo dover dipendere ogni giorno di più da altre persone, l’indirizzo di casa, i nomi delle strade, i nomi degli amici e degli ex colleghi, fino allo stesso suo nome, tutto diventa difficile da ricordare.
Mi è piaciuto il modo con cui l’autore descrive il rapporto tra quest’uomo e sua moglie, la vicinanza, gli sguardi, il prevenire le parole dell’altro, l’amore, la sessualità che ancora si fa strada, tutta una narrazione delicata e realistica.
Quello che mi è piaciuto poco è il divagare, il simbolismo, questo tunnel che domina tutto, una strada che deve avere uno scopo, un senso, forse trovare una nuova vita, forse unire due popoli in guerra, fargli intravedere un nuovo cammino, forse è il tunnel della vecchiaia e della malattia. Ma alla fine mi sono sentito più dominato dal buio che dalla luce, irrisolto. Scritto in maniera egregia, ma mi sono mancati un approfondimento maggiore sul tema della demenza senile stessa, un’aderenza maggiore alla realtà e alla praticità, alle conseguenze tangibili che questa crea nella vita di un essere umano e ai suoi familiari, così come il tema della convivenza tra palestinesi ed ebrei mi è parso trattato solo superficialmente e trattato anche in maniera anch’essa più simbolicamente equidistante, onirica, che pratica, cruenta, dolorosa, infiammata, divisiva, come invece mi attendo che sia.
Mi è mancata la passione, troppa lentezza che a volte diventa freddezza.

Musica: C’est La Vie, Khaled

Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi (Ed. Adelphi, pp. 375, trad. Roberto Serrai, 2004)

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La cultura, la letteratura, è un patrimonio universale, condiviso.
Leggere ti fa vivere a volte una realtà parallela, che non è solo e sempre puro rifugio.
A volte togliere il velo può essere il primo passo verso la conoscenza di noi stessi e come apertura al mondo, capire che il mondo alla fine è nostro, la gente è uguale dappertutto, quel che narrano gli scrittori è universale. L’umiliazione, la sottomissione delle donne, è un dato riscontrabile ovunque, e ovunque la letteratura può aiutare a prendere coscienza di sé, di quanto valga la libertà personale e quanto sia irrefrenabile la voglia di vivere, anche se il posto in cui vivi e che ami sembra non volerti più.
Romanzo per capire che “la letteratura non è realtà, ma un’epifania della verità”, per capire che ognuno ha diritto di vivere il proprio sogno, e non quello di qualcun altro per imposizione violenta, per capire che solo attraverso la letteratura si possono concedere possibilità a chiunque, anche a chi teoricamente detestiamo, perché il mondo è fatto di sfumature da cogliere, della ricchezza che può dare un avvicinamento, capire che i romanzi ti pongono domande continue, e le risposte dovrai trovarle tu stesso, e anche questa è un ricchezza, perché ti svincola da un’autorità che invece domande e risposte vuole fornirtele per legge.
Azar Nafisi ha realizzato il suo sogno, insegnare letteratura, ma ha potuto farlo nascondendosi in casa sua, invitando poche alunne elette.
Per svolgere il suo mestiere ha dovuto comunque emigrare, lasciare il Paese che amava. E chissà se davvero ha potuto realizzare in pieno tutto quello che sognava. A giudicare quel che accade in Occidente, come in Oriente, viene da pensare che la bellezza resti un insegnamento per pochi. Con le parole libertà e democrazia ci sciacquiamo la bocca in molti, ma poi è la messa in pratica che spesso ci ha fregati e ci frega. La letteratura, specialmente spiegata e tramandata da persone che hanno studiato e l’hanno amata, dovrebbe insegnarci molto di più, rispetto a quello che mostriamo di aver imparato.

“…un grande romanzo acuisce le vostre percezioni, vi fa sentire la complessità della vita e degli individui, e vi difende dall’ipocrita certezza nella validità delle vostre opinioni, nella morale a comportamenti stagni…”

Ho dei dubbi, che questo accada in larga scala. Ho dei dubbi, sul fatto che noi consideriamo la letteratura come epifania, temo che sia rimasta più nell’alveo del rifugio, del cercare di pensare ad altro per evitare di soffrire e di agire, quando agire significherebbe rischiare di perdere qualcosa che ci è caro.

Musica: Un amor, Gipsy Kings

La rampicante, Davide Grittani ( Ed. LiberAria, Collana Meduse, pp. 222, 2018)

 

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La provincia, i legami con le persone, la solitudine, la voglia di vivere, il destino imperscrutabile, la malattia, la morte, la disabilità, la precarietà totale, la paura e la voglia di farcela nonostante tutto, nonostante la cattiveria, i pregiudizi, le malelingue, l’asfissia e il destino segnato a cui le mura delle cittadine di provincia sembrano averti inchiodato.
Un romanzo che ti costringe a pensare alla tua vita, alle tue basi, alle tue incertezze, alle possibilità che la vita ti offre, alle prime e alle seconde possibilità e ai meriti che abbiamo acquisito per averla, la seconda possibilità. Al nostro modo di essere genitori, di essere figli, di fidarci, di concedere ad altri la chiave per entrarci nel cuore. Quanto siamo capaci di donare e quanto invece prendiamo dagli altri senza restituire. l tema del trapianto degli organi, come quello dell’adozione, è molto spinoso, difficile da trattare. La scrittura è molto elegante, il dialetto marchigiano e l’ironia aiutano a sdrammatizzare e nello stesso tempo a rendere più credibile il tutto. Insomma, per capire che la vita non è mai la risultanza delle nostre aspettative, che la sua imprevedibilità può essere bellezza, e a quanto sia importante riconoscerci negli altri, mescolarci senza paura, avere il coraggio di mettersi in gioco fino in fondo. La vita è qualcosa che trema, perennemente, come la terra, e ti ci devi adattare.

 

Musica: Ma il cielo è sempre più blu, Rino Gaetano

Quando un uomo cade dal cielo, Lesley Nneka Arimah (Ed. SEM, Trad.Tiziana Lo Porto, pp. 176, 2019)

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12 racconti con al centro le donne, in ogni loro sfaccettatura. Dalla Nigeria all’America e ritorno.
Le loro vite, dall’adolescenza all’età adulta, figlie, madri, compagne, tutte alle prese col mondo che le vuole fatte a suo piacimento, e tutte che sono costrette all’adattamento oppure alla ribellione. Una scrittura molto intensa, capace, che spazia in varie direzioni, dalla realtà al fantastico, dal realismo magico alla distopia, e addirittura sconfinano nel mitologico. Ma sempre, in ogni storia, la donna è costretta a lottare, e spesso a soccombere, per esprimere tutta se stessa. La scrittrice sembra non lasciare molto scampo, la ricerca della propria libertà sembra sempre destinata al fallimento, ma comunque questi racconti esaltano la voglia di non arrendersi mai. Non è stata una lettura semplice, le parti “fantastiche” mi hanno provocato qualche inciampo e qualche perplessità, ma la scrittura è molto affascinante e originale.

Lasciami andare, madre, Helga Schneider (Ed. Adelphi, pp.132, 2004)

la

Allucinante, terribile, lacerante. Doppiamente terribile. Perché è una storia vera, è tutto accaduto davvero.
Un diario/confronto tra madre e figlia, un disperato tentativo di riavere quel che è stato negato da un’ideale di morte, è un confronto tra la Morte e la Vita, questo, dove non esistono vincitori. Un’ex aguzzina dei campi di concentramento a cui viene chiesto un pentimento, un minimo ravvedimento. Ma il ghiaccio negli occhi, nonostante la vecchiaia, c’è ancora, e non si scioglie. Le parole madre e figlia in fumo come i corpi di migliaia di innocenti. Uno dei più toccanti romanzi sull’Orrore, un Orrore che è il nostro passato prossimo, è accaduto ieri, non è Preistoria, è ieri, lo possiamo ancora toccare con mano, e qualcuno non lo ha compreso pienamente.