America non torna più, di Giulio Perrone (Ed. HarperCollins, pp. 180, 2021)

Narrare i rapporti tra genitore e figlio, che impresa faticosa. Che fatica, che logoramento, il conflitto generazionale. Che fatica, essere padri ed essere figli.
Un libro che non concede sconti, che commuove per la sua sincerità e per quanto ci fa sentire partecipi, per quanto ci possiamo vedere anche la nostra storia, in quella di Giulio Perrone.
Il non detto, in questi rapporti, spesso supera di gran lunga il “detto”. Che il tacere fa dieci volte più male che il parlare perché se taci resti fermo, non affronti e non superi, ma deve arrivare il momento giusto, per questa consapevolezza, e spesso purtroppo arriva quando i genitori se ne sono andati via. Che “c’è tempo, ci sarà ancora occasione di parlare, domani, domani lo farò”, e invece alla fine il tempo scade. Ci sono grovigli di pensieri, di recriminazioni taciute, “avrei potuto dirlo, avrei potuto farlo diversamente”, che avvelenano l’anima, sensi di colpa che viaggiano senza sosta, domande fondamentali ma mai poste, risposte ovviamente mai avute, amore che sembra odio ma in fondo è sempre amore. Non è facile districarsi in mezzo agli affetti, descrivere i rimpianti, maneggiare il bene, saper dire quanto se ne è voluto e quanto si voleva dimostrarlo in modo più chiaro, netto. Difficile spiegare questo combattimento a mani nude con tuo padre, tra spintoni e abbracci, voglia di fuga e voglia di ritornare. Difficile dirsi ti voglio bene quando si rinuncia ai sogni personali per non deludere le aspettative altrui. Difficile dire “non sono alla tua altezza, non sono come te, non ho le tue certezze, ho solo tante domande, ed ho paura”.
Libro molto coraggioso, perché naviga in mezzo a tutto questo e si espone senza filtri, eccomi qua, sono io, diverso da mio padre per tanti aspetti, somigliante a lui per altri, finalmente non mi sento più in colpa per le mie diversità, oppure mi ci sento ancora, ma oggi finalmente lo dico a chiare lettere. Mettere per iscritto i ricordi e i racconti di tuo padre serve a far pace, o meglio, a fare una foto precisa di lui, rendergli omaggio per quel che era e per quello che ti ha lasciato, la memoria è lascito prezioso, è il ponte tra quello che era e quello che deve ancora essere, alla fine è tutto quello che ci resta. Per perdonarci, un poco, e quindi prendere definitivamente la nostra strada.

Musica: Father and son, Cat Stevens

I miei stupidi intenti, di Bernardo Zannoni (Ed. Sellerio, pp. 243, 2021)

Parla una faina.
Estrema sintesi del libro, questa. Lo faceva Esopo, il far parlare gli animali e attribuendo loro pregi e difetti umani, non è una novità assoluta.
Ma è in ogni caso una storia originalissima e molto coraggiosa. Archy è la faina, che racconta la sua vita fin dal primo istante, una vita che inizia subito nelle difficoltà, nella povertà, nella fame, senza un padre, solo la madre che deve badare a tutti i suoi figli, e lo fa con estrema crudeltà e durezza. Archy resta zoppo, e viene così “venduto” alla vecchia volpe Solomon, ed è da questo punto che inizia davvero la storia, che si rivela un romanzo di formazione vero e proprio. Archy non conosce nulla, se non il proprio istinto. Imparerà da Solomon altra crudeltà, ma anche i concetti del trascorrere del tempo, della vita e della morte, imparerà a leggere e a scrivere, e che la parola scritta spesso è tutto quello che ci resta, soprattutto imparerà a pensare come fosse umano. Imparerà la violenza fine a se stessa, la solitudine, il terrore, conoscerà il sesso e l’amore, e che cosa vuol dire essere dominati dalla fame, unica cosa che distrugge e supera ogni sentimento. Imparerà a conoscere Dio, un Dio crudele, lontano, difficile da amare e da sopportare. Imparerà che diventare umani significa pensare, ricoprire tutto di domande, di perché, di se e di ma, imparerà che esiste il Dubbio, che vincerà sull’istinto animale e che il Dubbio fa soffrire. Soprattutto imparerà che il destino è segnato, anche se si deve sempre lottare per cambiarlo. Il senso dell’umano alla fine si riduce a questo, alla consapevolezza che le lancette del tempo ci conducono ad una fine che è certa, comune, anche se dobbiamo viverla in estrema solitudine. Non è solo un libro interessante e bello per l’idea in sé, ma anche per la realizzazione, la scrittura è veloce come i pensieri, ed è densa, corposa, riflessiva, carica di tragico, come tutta l’esistenza del genere umano.

Musica: Of wolf and man, Metallica

Fiore frutto foglia fango, di Sara Baume (Ed. NN, trad. di Ada Arduini, pp. 236, 2018)

La storia di due reietti, uno solo dei due dotato di parola, ma capace di dare voce anche all’altro. Una simbiosi perfetta tra uomo e cane, l’uno bastante e necessario all’altro, vitale, all’altro. Ci si innamora al primo sguardo, a volte, ma ci si riconosce, anche, semplicemente, a volte. Un uomo che non è attraente sceglie un cane non attraente, un uomo troppo vecchio per ricominciare ma troppo giovane per arrendersi, un uomo che ha sempre affrontato la vita con la paura nel cuore, un uomo sempre in fuga dagli altri esseri umani, e che continuerà la fuga ma non più da solo, ma sarà una fuga che lo porterà a trovare il coraggio di combattere in qualche modo le sue paure. Un libro che mi ha provocato angoscia e malessere, la storia di una doppia emarginazione narrata con crudezza ma anche con enorme sincerità, una storia di due chiusure che diventano apertura, perché ad amare si può anche iniziare tardi, si può imparare a farlo, quando si incontra qualcuno che te ne fornisce i motivi, quando qualcuno finalmente fornisce un senso alla tua esistenza. Un libro intensissimo, sensoriale e cerebrale nello stesso tempo, un lungo monologo che poeticamente diventa dialogo. Resta la malinconia, ma soprattutto un senso di angoscia che non ti abbandona mai, dalla prima pagina, una sofferenza con cui empatizzi, quando ti trovi al cospetto di chi non ha trovato la propria strada e la propria collocazione nel mondo.

Musica: My dog and me, John Hyatt

Un incantevole aprile, di Elizabeth Von Arnim (1923) (Ed. Fazi, traduzione Sabina Terziani, 2017)

La bellezza salverà il mondo, disse qualcuno. E aveva ragione. Una vacanza improvvisata, un’occasione unica e inaspettata arrivata da un annuncio su un giornale, si parte ma con grossi dubbi, quattro donne inglesi, qualcuna fa la recalcitrante, qualcuna crede che nulla potrà cambiare la propria vita grigia, monotona, insoddisfacente, sofferente, e a malincuore accetta questa nuova avventura in compagnia di altre donne sconosciute. Eppure la bellezza della natura italiana che sboccia farà sbocciare anche loro a nuova esistenza e a nuova consapevolezza di sé. Libro leggerissimo, che emana profumo di glicine, eppure non così leggero come appare, dietro ai fiori e all’odore di mare e a panorami favolosi si cela un’analisi accurata delle menti di queste quattro donne protagoniste della storia, e tutto un giudizio generale su un’intera epoca storica. Una visione poetica, ottimista (anche troppo) e allo stesso tempo ironica, si legge sempre con un sorriso stampato in volto, scritto da chi scriveva bene e scriveva a proposito del Bene. Un invito alla leggerezza, ma anche ad avere coraggio, a trovare la forza per cambiare. Leggera quanto si vuole, ma era letteratura di livello.

Musica: Love ‘s in Need of Love Today, Stevie Wonder

Piovevano uccelli, di Jocelyn Saucier (ed. Iperborea, pp. 224, trad. Luciana Cisbani, 2021)

Il libro è scritto in maniera delicata, la penna sembra silenziosa come i paesaggi che descrive, e che dominano la trama. La storia descrive tre anziani che fuggono dalla vita, la loro vecchia vita, per entrare in un’altra, dove le regole le dettano loro, e loro decidono tutto, anche quando lasciare questo mondo, con un piano ben congegnato. Un libro che, come si vede, parla di libertà, di scelte, di possibilità che si aprono anche quando non ci si spera più, con una natura imperturbabile e non giudicante al tuo fianco. Quindi un bel tema, ma non mi sono scaldato, l’ambiente è troppo freddo e anche la scrittura non mi ha trascinato, per lo stile e per la struttura, troppo divagante. E questi vecchietti sono troppo soli, anche se vivono vicini, anche nella fuga con compagni d’elezione si preferisce restare soli, sia per non disturbare sia per non essere disturbati. Arriva anche l’amore, ma sembra messo lì per riempire un tassello mancante, nonostante la poesia con cui viene descritto. Ho letto diversi commenti positivi, molto positivi, e quindi mi dispiace non essere rimasto totalmente coinvolto, diciamo solo che non è il mio libro del cuore e va bene così.

Musica: Ironic, Alanis Morisette

Il velo dipinto, di William Somerset Maugham (1925, Ed. Mondadori, Libri del Pavone, 1966, trad. Elio Vittorini)

Storia che sembra già letta e riletta, tema già stra-vivisezionato, ma qua di banale alla fine non resta nulla, c’è solo un grande scrittore che parte da un evento superficiale per giungere al profondo dell’animo umano, alle sue incertezze, i suoi abissi, le sue ipocrisie, le sue vendette, e i suoi slanci ambiziosi di grandezza. Un romanzo che “cammina”, come un fiume dal largo letto, placido e semplice nella superficie e tempestoso al di sotto dell’acqua, sotto quel velo dipinto di apparenza e di finzione esiste la passione, esiste la possibilità di una metamorfosi umana per coloro che non si accontentano, che pretendono di più e che non si vogliono fermare di fronte ai propri errori, anche clamorosi, ma comunque utili per arrivare a meta, sempre ammesso che vivere significhi arrivare da qualche parte. Crescere a volte vuol dire cancellare i propri punti fermi, i propri attracchi al porto, quando capisci che ci può essere non una seconda via, ma addirittura una terza, o magari una quarta anche solo abbozzata o per ora solo immaginata possibile. Scrittura elegantissima, ma anche ironica, ipnotica, da cui non riesci a staccarti, con grande capacità di leggere cuore ed intenzioni dei protagonisti, pochi dialoghi e molti silenzi e pensieri, sempre centrati, fotografici.

“Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano dal caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono. Fra tutte, la cosa più ricca di bellezza è una vita bella. È questa l’opera d’arte più perfetta”.

“Si domandava se tutti i suoi simili avessero in cuore segreti vergognosi che cercavano in ogni modo di tenere al riparo da sguardi curiosi.”

“Alcuni cercano la Via nell’oppio e altri in Dio, altri nell’ alcool e altri nell’amore.
Ma è sempre la stessa Via che non conduce in nessun luogo”.

“Tutto passava, e quale traccia restava del passaggio? Sembrava a Kitty che tutti loro, il genere umano, fossero come le gocce d’acqua di quel fiume e corressero, flutto anonimo, al mare, ognuno così vicino all’altro e tuttavia così separato. Poiché le cose duravano un tempo così breve e niente contava granché, era triste che gli uomini, annettendo un’importanza assurda a cose insignificanti, rendessero sé stessi e gli altri tanto infelici.”

Musica: A change is gonna come, Otis Redding

L’ultimo giorno di un condannato a morte, di Victor Hugo ((1829) Ed. Economica Feltrinelli, pp.173, trad. Donata Feroldi, 2016)

“Qualunque cosa faccia, è sempre lì, quel pensiero infernale, come uno spettro di piombo che mi sta a fianco, solitario e geloso, scacciando ogni distrazione, a tu per tu con me, miserabile, scrollandomi con le sue mani gelide quando voglio voltare la testa dall’altra parte o chiudere gli occhi. Si insinua in tutte le forme ovunque la mia mente provi a sfuggirgli, si intromette come un ritornello orribile in tutte le frasi che mi vengono rivolte, si aggrappa insieme a me alle squallide sbarre della mia cella; mi ossessiona da sveglio, spia il mio sonno convulso e riappare nei miei sogni sotto forma di lama.”

Come scrive Hugo…! Quanta umanità, quanta capacità…leggi e sei tu, il condannato a morte. Lo scopo era questo. Farti provare l’orrore, la disperazione, farti immedesimare, provare quel che si prova dentro quella cella fredda, buia, da solo, alle prese con pensieri guizzanti come serpenti, con l’aria che ti manca sempre di più col passare delle ore, interminabili e nello stesso tempo velocissime, in attesa di quella lama terribile che dividerà il tuo corpo da quello di chi resterà in vita. Il tempo per fare un bilancio e per macerarsi a ricordare il tuo primo giovanissimo amore e il tuo ultimo, tua figlia, che resterà orfana di padre, il tempo di scrivere qualche rigo che serva da ricordo e da ammonimento, per dire a tutti che la pena di morte è l’atto più disumano dell’uomo, a prescindere dalla colpa commessa, che non viene mai contestata. Non importa chi sei, non importa il tuo nome, nemmeno che delitto tu abbia commesso. Perché in ogni caso la pena di morte supererà, come orrore, qualsiasi delitto. Inutile, non ingiusta in sé ma inutile, perché il condannato non si pentirà, non ne avrà modo né tempo, perché i suoi pensieri saranno impegnati a rimpiangere quello che si sta per perdere, col cuore tambureggiante e ancora speranzoso fino all’ultimo in un miracolo, datemi l’ergastolo o i lavori forzati, ma che io possa ancora godere di un raggio di sole o della pioggia battente sui vestiti e sul mio corpo.
Breve romanzo ma meraviglioso, potentissimo, scritto in maniera sublime da uno scrittore di ventisei anni, duecento anni fa, duecento anni che non si intravedono nemmeno in una virgola, perché sembra scritto ieri.

Musica:Ballata degli impiccati, Fabrizio De André

Pieno giorno, di J. R. Moehringer (Edizioni Piemme, pp. 471, tra. Gianfranco Zucca, 2014)

Baricco ha scritto che Moheringer è di una bravura mostruosa.
Non so se è mostruosa, ma bravo lo è di certo.
All’interno del libro c’è questa frase:”…scrive la storia come fosse un romanzo e il romanzo come fosse storia”. Esattamente così.
Non leggevo di rapinatori e rapine da non so quanto tempo, ma questa non è solo una storia di rapine.
Sutton non è un rapinatore qualsiasi, è un rapinatore con le sue regole etiche, odia chi fa la spia, odia far del male alle persone che incrocia sulla sua strada.
Sutton ama la letteratura, cita, mentre rapina, è l’Arsenio Lupin delle rapine in banca, si traveste, diverte, ammicca.

“Non può ricevere visite, niente lettere, niente radio.
Niente libri. Sarebbe disposto a uccidere per un libro, anche se sarebbe inutile nell’oscurità. Ma anche solo tenerlo in mano, immaginare quello che potrebbe esserci scritto, gli sarebbe di conforto.
Giura a se stesso che se mai dovesse uscire dalla Cella nera imparerà libri e poesie a memoria, per averli sempre in testa, metti mai.”

E soprattutto ama.
L’amore è il motore delle sue azioni fuorilegge, per amore diventa quel che è e continua ad andare avanti.

“Soldi e amore, ragazzo. Solo questo conta. Perché sono le uniche due cose che ci fanno dimenticare che esiste la morte. Almeno per qualche minuto.”

Una storia che racconta una sola giornata della vita di Willie Sutton, quella in cui esce finalmente di prigione, quattrocento pagine per raccontare una sola giornata, ma in realtà, con il gioco di prestigio della doppia narrazione temporale, è descritta tutta la sua vita e la storia di una Nazione in un lungo e preciso periodo, una Nazione che innalza solo chi vince e relega sotto i ponti chi non ci riesce, e lo bastona pure, e dunque spesso le scelte di vita sono obbligate dal dover in qualche modo sopravvivere.

“Sai quando dicono che il carattere è destino?
Sono stronzate. Il lavoro è destino.
Un uomo che parla della donna che ama ti potrà sembrare eccitato, ma tu fallo parlare del suo lavoro e poi guardalo negli occhi – solo allora vedrai la sua vera natura. Un uomo è il suo lavoro, ragazzo, e io un lavoro non lo avevo, quindi ero una nullità.
Un perdente. L’America è un gran posto se sei un vincente, ma è il fondo dell’inferno per un perdente.”

Una storia avventurosa, fatta di tutto, di liti, di tradimenti, di poesia, di amore, di fiducia, di sogni, la scrittura è coinvolgente, appassionante, ti costringe a restare attento perché realtà e fantasia, passato e presente si intersecano e puoi rimanere fregato, una storia che ti tiene lì fino alla fine, che tu sia in un bar o su una spiaggia affollata non smetti di leggere, e alla fine resti con molte più domande rispetto a quando è iniziata, ti chiedi se hai sognato o immaginato tutto e quale sia la verità, in ogni caso dispiaciuto quando arrivi a girare l’ultima pagina.

“La verità è importante. In un’aula di tribunale, per esempio. O nella sala di un consiglio d’amministrazione. Ma quando si tratta di una storia, chi può dirlo? Io non lo so. Io penso che la verità sia dentro chi ascolta. E’ l’ascoltatore che ha fiducia – oppure no – nel fatto che una storia dica la verità.”

Willie Sutton non è personaggio che si possa lasciare senza un velo di tristezza.
Bel libro, davvero.

Musica: No one is to blame, Howard Jones

Solo un ragazzo, di Elena Varvello (Ed. Einaudi, pp. 192, 2020)

Un romanzo che è una corsa senza fiato in mezzo al dolore. Una famiglia che passa dalla convinzione di essere forte, sicura, di essere su una strada non sempre liscia ma sicura di non sbandare mai e che nel giro di un secondo si ritrova nel baratro. O davanti ad un bosco scuro. L’adolescenza, è il bosco. I pensieri insondabili di un ragazzo, il suo non ritrovarsi in questo mondo, il suo desiderare di essere se stesso in un posto che lo accetti, questo suo essere. Il bosco. Dove gli adulti non si avventurano, per paura, per timore di sbagliare o per sottovalutazione della realtà. Ma il bosco non è uno solo, ognuno ha il proprio. Le dinamiche familiari sono spesso costruite su due livelli, la facciata, ad uso e consumo domestico e pubblico, e la verità, che spesso viene tenuta a bada, nel bosco, dove i sorrisi diventano pianti, urla, pugni ad un cruscotto di automobile o una frustata sulla schiena di un cane. Mi è piaciuta la scrittura, sempre molto centrata, mi è piaciuta la storia, serratissima, che corre e tu devi correre con lei per cercare di capire quello che sembra inspiegabile, e mi è piaciuto entrare nelle vite di tutta questa famiglia, e non aver mai provato condanna da spettatore esterno ma comprensione ed immedesimazione, ognuno aveva torto ma ognuno aveva ragione ma soprattutto ognuno ero io che leggevo. Passato e presente che si intersecano, e il primo che spiega perché il secondo è diventato tale. Ma tutto non può essere spiegato, tutto non può essere risolto, tutto il dolore non puoi spiegarlo, devi solo accettare che la vita sia questa e trovare il tuo spicchio di cielo all’interno del tuo bosco scuro. Mi ha lasciato un’angoscia e un malessere vero, un desiderio di leggere altro per far sfumare questa sensazione così gravosa.

Musica: Quel che fa paura, Max Gazzè

L’estate del ‘78, di Roberto Alajmo (ed. Sellerio, pp.176, 2018)

Leggere questo libro è stato come sfogliare un diario, una cosa privatissima, ma è l’autore ad averci aperto questa possibilità, forse all’inizio ci si sente un po’ abusivi, invadenti, ma poi Alajmo ci mette a nostro agio, raccontandoci delle gioie e dei dolori di casa sua con una naturalezza e una delicatezza disarmanti. Sono riflessioni personali ma da cui difficilmente ci sentiremo esclusi. Sono le nostre vite, molto meno diverse dalle altre di quanto potremmo credere. Essere madri, padri ed essere figli, un destino che riguarda tutti o quasi, il filo generazionale che ci lega, ricco di episodi, di sguardi, di gesti, di parole, in salute e in malattia, di morti e di vivi, è comune a tutti. Un libro leggero, senza urla, che fa spesso sorridere, intimo, commovente, malinconico, come può capitare voltandoci indietro a riguardare le scene del nostro passato, pieno di spunti su cui riflettere.
Libro che sembra, leggero, ma è solo una maschera elegante, la leggerezza.

“La felicità l’ho riconosciuta sempre quando era troppo tardi”

Un libro che fa male, ma che ti sa abbracciare e che vorresti rileggere, con lo stesso piacere struggente che potresti provare riaprendo una vecchia scatola di scarpe piena di ingiallite foto di famiglia. La scrittura resta sempre un luogo di catarsi e di speranza, in mezzo al dolore.

Musica: Quello che ci manca, Mario Venuti